The Post, la ricerca della verità ad ogni costo

Di Silvia Scalisi – Steven Spielberg, si sa, è un po’ come re Mida: trasforma in oro tutto ciò che tocca. E ancora una volta non si smentisce, nemmeno con il suo ultimo lavoro: “The Post”. Ma cos’è The Post? Un film sul giornalismo, certo, come tanti altri se ne sono visti nel panorama cinematografico recente e meno recente. Ma è anche molto di più.

È una storia che racconta il coraggio di una donna, Katherine Graham (Meryl Streep), proprietaria del Washington Post, che mette in discussione tutto quello che aveva caratterizzato la sua vita fino a quel momento, prendendo la decisione di pubblicare documenti secretati che rivelano la vera natura del conflitto americano in Vietnam. E questo nonostante sapesse dell’ingiunzione che aveva colpito il New York Times (eterno rivale del suo giornale), occupatosi poco tempo prima del medesimo argomento, e al quale era stato fatto divieto di pubblicare altri articoli in merito.

Ma Katherine non è un’eroina, e infatti, non viene presentata come tale, tutt’altro: è una donna, sola, dipinta nelle sue fragilità e paure, che si ritrova a dover decidere del destino della vita, sua e di chi lavora accanto a lei. Ed è proprio l’aspetto umano che Spielberg ha mostrato: le lacrime, la preoccupazione, la rabbia per non essere considerata all’altezza del ruolo ricoperto (a detta di molti, infatti, Katherine è lì solo “per caso”, a seguito dell’ “incidente”che ha colpito suo marito).

È la storia di un team di giornalisti veri, votati fermamente al proprio lavoro, che credono nel valore della verità e nella forza che possono avere le parole. Ed è proprio in uno stato frenetico e quasi febbrile che prende forma la storia che cambierà le sorti del giornale (il “Post”, come in gergo chiamato), in una redazione improvvisata a casa del caporedattore Ben Bradlee (Tom Hanks), che cercherà, con pochi colleghi di fiducia, di mettere ordine e chiarezza fra le 4000 e più pagine dei “Pentagon Papers” (i famosi documenti governativi secretati, fotocopiati dal giornalista Daniel Ellsberg, che misero a nudo la realtà sulla guerra del Vietnam e diedero inizio allo scandalo), con un unico obiettivo: quello di far luce sulla verità, una volta per tutte. E sembra quasi di sentirlo, il profumo della carta stampata, nell’euforia che sale, mista ad apprensione per quello che sarà il destino del giornale, e di chi sta partecipando a questa “piccola rivoluzione”.

Interessante notare come la figura del giornalista cambi connotazione a seconda di chi la guardi: tanto “scomoda”  per i potenti, alla stregua di un nemico da combattere (emblematiche le scene del Presidente Nixon, dipinto come una sorta di “Uomo nero”, sempre di spalle e vestito di scuro, che cerca di mettere a tacere ciò che può denigrare lui, i suoi predecessori, e tutto l’apparato governativo americano); quanto apprezzata, di contro, dalla gente comune, come rivela la scena della Graham, che, uscendo dal Tribunale insieme ai suoi collaboratori, passa in mezzo alla folla che la guarda, ammirandola con compostezza, in un silenzioso “grazie” pronunciato con gli occhi.

The Post ci parla del passato, ma ci fa capire quanto poco possa essere cambiato il presente. Disorienta vedere quanti punti in comune possano riscontrarsi tra la storia rappresentata nel film, e i tempi attuali: il giornalismo manipolato dai governatori, per nascondere la verità ai governati; il giornalismo al servizio dei potenti, usato per diffondere notizie distorte. Una storia che non cambia, ma che anzi, si ripete. Non a caso Spielberg ha accelerato parecchio i tempi di produzione del film, girandolo in tempi record, proprio per permetterne l’uscita e il confronto (sconcertante) con l’attualità, americana e non.

In conclusione, The Post si presenta come un elogio dell’arte giornalistica in senso lato, nel tentativo di gettare una luce ottimistica, che faccia sperare nella forza della libertà di pensiero e di espressione: finché ci saranno persone disposte a rischiare il proprio lavoro, la propria carriera, le proprie certezze di un’ intera vita per un bene superiore, potrà ancora esserci spazio per la Verità.


 

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