Dal campo alla presidenza della Liberia. Il sogno realizzato di George Weah

Di Mario MontalbanoDomenica 8 settembre 1996. Stadio San Siro, Milano. Prima giornata di campionato della stagione 1996/1997. Il Milan, campione d’Italia in carica, sta vincendo 2-1 con il neopromosso Verona. La partita è molto più equilibrata di quanto i pronostici della vigilia lasciassero presagire.

I veneti ci credono e al minuto 86 usufruiscono di un calcio d’angolo. La battuta, però, non è delle migliori. Il pallone attraversa tutta l’area di rigore, finendo sui piedi del calciatore del Milan con indosso la maglia numero 9. È George Weah, Pallone d’Oro di quell’anno. Il campione rossonero si ritrova la palla nei piedi e con un stop a seguire si lancia in contropiede. È una cavalcata trionfale coast-to-coast che culmina in uno dei gol più belli degli ultimi anni della Serie A e della carriera del campione africano. Una corsa fatta di tecnica e forza fisica, di coraggio e, soprattutto, tanta, tantissima, determinazione, che raffigura idealmente la storia di George Weah. Da calciatore e non solo.

Non potrebbe essere altrimenti per chi sa bene cosa significa sopravvivere e lottare per venir fuori dalle sofferenze della povertà vissuta nella baraccopoli di Clara Town, a Monrovia, capitale della Liberia. Origini, per cui Weah veniva chiamato “ragazzo del ghetto”, e che lo egli stesso ha difeso in ogni modo e ruolo. Da capitano della nazionale, giocando da libero per il bene del collettivo. E ancora di più, da semplice cittadino una volta appesi gli scarpini al chiodo, quando, da subito, decide di mettersi al servizio del suo paese.

In primis come riferimento umanitario, parlando e ponendo l’attenzione sui problemi che affliggevano la Liberia e, in generale, l’Africa. E dal 2005 come politico, carriera intrapresa con un unico scopo: diventare presto o tardi presidente della Liberia. La prima occasione capita nel novembre del 2005, quando da candidato alle elezioni presidenziali liberiane per il CDC, Congresso per la Democrazia e il Cambiamento, ottiene oltre il 28% dei voti al primo turno, venendo, però, sconfitto, al successivo ballottaggio, dall’economista e futuro premio Nobel nel 2011, Ellen Johnson Sirleaf.

George Weah non molla, e dopo aver svolto il ruolo da vice del candidato Winston Tubman nel 2011, anche qui senza fortuna, viene eletto nel 2014 al Senato nel seggio della contesa di Montserrado. L’obiettivo, però, era e resta la presidenza della Liberia.

Nel 2016, Weah ci riprova e annuncia la propria candidatura alle elezioni politiche. I tempi, questa volta, sembrano esser realmente maturi. Il paese, uscito faticosamente dieci anni fa da una sanguinosa guerra civile, è alle prese con i postumi dell’epidemia di Ebola che ha lasciato segni devastanti sulla popolazione, con la morte di oltre 5mila persone, e sull’economia liberiana, in forte recessione.

La promessa di essere “l’uomo del cambiamento”, con un programma fatto di aumento della spesa pubblica, investimenti su scuola e sanità, questa volta, riescono a prevalere sugli scettici che accusavano Weah di essere inesperto. Le urne lo premiano al primo turno con il 38% dei voti. È solo il viatico al successo finale, che, infatti, arriva al ballottaggio del 26 dicembre 2017 ai danni dell’avversario e vice presidente dal 2005, Joseph Boakai. George Weah è il nuovo presidente della Liberia. Il suo sogno si è realizzato al termine di una corsa breve, ma intensa, fatta di determinazione e coraggio.

Adesso, però, non gli resta che il compito più arduo per qualsiasi politico: mantenere fede alle promesse elettorali. Un’impresa complessa a maggior ragione in una terra martoriata da guerre civili, povertà e problemi economici. Insomma, come far gol partendo dalla propria area di rigore dribblando un’intera squadra avversaria. O forse peggio. Good luck, George! 


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