Israele, una Nazione contesa tra le grandi potenze: le origini del legame con gli Usa

Di Adriana Brusca L’origine del legame tra Stati Uniti e Israele affonda le proprie radici in una trama complessa, all’interno della quale fattori storici, politici e culturali – inscindibili tra loro – hanno contribuito all’instaurazione di una solida alleanza tra Washington e Tel Aviv, rinvigorita dall’ascesa alla Presidenza di Donald J. Trump.

Lo Stato di Israele fu costituito per espressa volontà dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite – operativa da appena due anni – che, nel novembre del 1947, approvò a maggioranza la Risoluzione n. 181 (A/RES/181), volta a ripartire il territorio palestinese in tre aree: la prima di dominio ebraico, la seconda destinata ai palestinesi arabi e la terza, comprendente i luoghi Santi, Gerusalemme e Betlemme sotto la diretta amministrazione internazionale dell’ONU.

L’adozione di tale Risoluzione fu caratterizzata dalla contrapposizione netta tra mondo occidentale e mondo orientale, che rifletteva un già noto clima di ostilità tra il mondo arabo e quello non-arabo, in una zona del globo caratterizzata da una profonda commistione tra l’appartenenza territoriale e quella religiosa.

L’approvazione della Risoluzione, all’indomani della Seconda guerra mondiale, non ebbe lo scopo di ristorare il popolo ebraico dagli orrori subiti nel periodo nazista, ma, piuttosto, di costituire una struttura territoriale stabile, che permettesse alle grandi potenze del tempo di dominare agevolmente sul Medio Oriente; la sua posizione strategica, permise allo Stato di Israele di accattivarsi le attenzioni degli USA e dell’URSS, già strutturalmente contrapposti nell’eterna sfida tra un capitalismo consumista e un comunismo utopico.

La Risoluzione delle Nazioni Unite giunse dopo oltre venticinque anni di amministrazione britannica della Palestina; amministrazione il cui mandato era stato commissionato dalla Società delle Nazioni – che precedette temporalmente le UN – al Regno Unito, con lo scopo di favorire un processo di sviluppo, nel rispetto del principio di autodeterminazione dei popoli e di eguaglianza tra Stati.

I primi sostenitori dello Stato di Israele furono proprio il Regno Unito e la Francia: il primo per il già accennato coinvolgimento nell’amministrazione di quei territori nel precedente ventennio, la seconda principalmente per ragioni economico-militari; il Governo francese, infatti, forniva a caro prezzo i propri armamenti militari allo Stato ebraico. Negli anni cinquanta, Francia e Regno Unito videro lo Stato di Israele come strumento per la tutela dei propri interessi in Medio Oriente, contro l’allora leader egiziano Nasser, che aveva bloccato il Canale di Suez e, di conseguenza, gli scambi commerciali.

I rapporti tra Israele e le due Nazioni del vecchio Continente cominciarono a inclinarsi con l’entrata in scena, all’inizio degli anni sessanta, degli Stati Uniti – i quali avevano espresso voto favorevole alla Risoluzione n. 181 – che, attraverso la presidenza Truman, cominciarono a instaurare relazioni sempre più amichevoli con lo Stato ebraico.

Negli anni sessanta, infatti, le potenze del globo erano schierate in due fazioni, che vedevano contrapposte le antagoniste Washington e Mosca. Il dominio sul Medio Oriente era un obiettivo di fondamentale importanza. Gli Stati Uniti strinsero accordi con i Paesi europei in funzione anti-sovietica – in un’Europa che stava portando avanti il sogno comunitario e che ripudiava il comunismo – e l’Unione Sovietica continuò a contendersi l’imperio con gli USA in diverse regioni asiatiche.

La legittimazione internazionale dello Stato di Israele da parte dell’Unione Sovietica avvenne nel 1948, immediatamente dopo l’approvazione della Risoluzione n.181; per gli Stati Uniti, fu la Presidenza Truman a palesare il proprio sostegno allo Stato ebraico, spingendosi fino a considerare Gerusalemme quale territorio di sovranità israeliana. Nella linea politica degli Stati Uniti era chiaro, infatti, che riconoscere una legittimazione israeliana sui territori di diretta amministrazione delle Nazioni Unite, non avrebbe compromesso il proprio dominio geopolitico, ma, al contrario, l’avrebbe rafforzato; i principali finanziatori dell’ONU, infatti, sono gli Stati Uniti stessi, che si assicurarono un’influenza sul territorio di Gerusalemme attraverso un doppio binario: quello delle UN e quello israeliano.

La Presidenza Johnson prima e quella Nixon dopo, negli anni settanta, fornirono aiuti diretti a Israele tramite armi, carri armati e aeromobili militari.

L’avvicinamento tra Stati Uniti e Israele segnò definitivamente il termine delle relazioni amichevoli tra lo Stato ebraico e l’Unione Sovietica, che scelse di appoggiare le posizioni dell’Egitto e della Siria, ponendo fine a ogni tentativo di alleanza con lo Stato di Israele, che, al contempo, attraverso l’egemonia statunitense, iniziò a sostenere anche l’Arabia Saudita – investita dalla ricchezza proveniente dalle scoperte petrolifere – e l’Iran.

Il fattore culturale e religioso, tuttavia, contribuì notevolmente al perorare della causa israeliana da parte degli Stati Uniti. Alla fine degli anni sessanta, infatti, movimenti confessionali di matrice protestante e calvinista, conosciuti con il nome di “neo-conservatori, si diffusero negli USA, portando avanti una visione ideologico-valoriale destinata a influenzare la politica estera degli States. Tali confessioni religiose sostenevano che la missione affidata da Dio agli Stati Uniti fosse quella di garantire una terra e una sicurezza al popolo ebraico. I neo-conservatori, in poco tempo, si diffusero anche tra le classi politiche e divennero maggioritari all’interno del Partito Repubblicano, principale promotore delle relazioni tra Stati Uniti e Stato ebraico.

L’alleanza tra Stati Uniti e Israele, lungi dall’essere il prodotto di una peculiare politica di Trump, ha ragioni storiche molto antiche, e continua a rafforzarsi in conformità a strategie comuni e a interessi condivisi tra le due potenze. Il disimpegno statunitense sul piano internazionale e l’avvicinamento dell’Unione Europea alle politiche arabe – basti pensare, stante le controverse opinioni, al rapporto con la Turchia, intrapreso ufficialmente nel 2005, sospeso e riaperto nel marzo del 2016 – rendono necessario un consolidamento della storica alleanza USA-Israele, anche in funzione anti-terrorista.

Trump ritiene che le istituzioni dell’Unione rischino di non prevenire efficacemente i fenomeni terroristici; l’Europa, intanto, si spacca in due: tra chi continua a credere nel sogno comunitario e chi si rifugia nei confini statali, in applicazione della tradizionale logica securitaria.

Mentre l’Assemblea Generale boccia la proposta statunitense in merito al trasferimento dell’ambasciata israeliana da Tel Aviv a Gerusalemme, all’interno del Consiglio di Sicurezza, l’Ambasciatrice USA Nikki Haley pone il veto contro il blocco della decisione dell’amministrazione Trump, palesando i limiti di un’organizzazione ormai inadeguata a garantire un equo bilanciamento di tutti gli interessi geopolitici globali, e mettendo in luce le problematiche strutturali dell’odierno diritto delle organizzazioni internazionali.


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