Schiavitù domestica: minacce e violenze da un capo all’altro del mondo

Di Gaia Garofalo – Ancora diffusa nel mondo è la schiavitù domestica. «Promette lavoro e guadagni per te e per la tua famiglia» ma fa ritrovare le donne sfruttate appese alla disperazione. 

Kuwait, aprile 2017. Una schiava domestica decide di lanciarsi da una finestra, quando poi, in un momento di lucidità, grida «aiuto» dal cornicione alla sua datrice di lavoro (sarebbe più corretto chiamarla padrona schiavista) che in risposta, le punta addosso un telefonino che la sta riprendendo in un video. Fortunatamente, la donna sopravvive al tentato suicidio. Si spera che adesso abbia un presente che le faccia ringraziare ogni giorno di essere viva.

Questo fu il caso più clamoroso che fece uscire fuori dal buco tutti quei casi di schiavitù domestica.

Ad Hong Kong migliaia di donne dell’Indonesia sono vittime del traffico di esseri umani e lavorano in condizioni di sfruttamento e spesso di vera e propria schiavitù come “collaboratrici domestiche”: sottoposte a orari massacranti, sottopagate, vittime di violenza sessuale e impossibilitate a uscire dall’abitazione in cui prestano servizio.

Amnesty International ha denunciato le autorità indonesiane e di Hong Kong per il redditizio affare che coinvolge agenzie di reclutamento e di collocamento di entrambi i paesi, in cui vengono fatti dei corsi di formazione per i quali le donne si indebitano o impegnano i loro beni. Molte donne hanno dichiarato che all’inizio del corso di formazione è stato iniettato ad ognuna di loro un contraccettivo, denunciando violenze e ricatti da parte dei formatori.

Alla partenza, le aspiranti collaboratrici domestiche non hanno un contratto regolare, non possiedono assicurazione e neanche un documento che riconosca la loro condizione di lavoratrici espatriate. Dalle interviste di Amnesty International e da un sondaggio effettuato dal Sindacato delle lavoratrici e dei lavoratori migranti dell’Indonesia, è emerso che «un terzo delle collaboratrici domestiche non può mai uscire dalla casa del datore di lavoro, che tutte lavorano in media 17 ore al giorno senza un giorno libero, in molte non ricevono la paga minima prevista per legge e non possono praticare la loro fede. Due terzi delle lavoratrici migranti indonesiane hanno denunciato di aver subito violenza fisica o psicologica».

Lavorare chiuse in casa, a contatto 24 ore su 24 col proprio datore di lavoro e la sua famiglia, le isola e le rende ancora più esposte alla violenza.

Indebitate già prima di arrivare a Hong Kong, molte lavoratrici migranti sopportano tutto questo in silenzio, terrorizzate dalla prospettiva di essere licenziate. Le leggi di Hong Kong prevedono che, in caso di licenziamento, debbano trovarne un altro entro due settimane, pena l’espulsione dal paese. Amnesty International ha chiesto alle autorità dell’Indonesia e di Hong Kong di porre fine a questo sistema di sfruttamento estremo, iniziando a ratificare e ad applicare la Convenzione sulle lavoratrici e i lavoratori domestici.

Spostandoci geograficamente, possiamo notare altri ben altri stati in cui avviene questa pratica brutale. Ad esempio nell’occidentalissimo continente americano: Rachel Thomas, cittadina americana, veniva da una famiglia benestante di Pasadena, in California. Aveva 20 anni ed era al terzo anno di università ad Atlanta, Georgia, quando conobbe un uomo che la convinse a fare qualche provino per diventare modella. Le organizzò dei servizi per un video musicale e in qualche rivista, finendo per convincerla a firmare un contratto che lo nominava suo agente.

In realtà, il contratto la obbligava a cedere una percentuale dei suoi guadagni per 10 anni. In poco tempo, Rachel Thomas si ritrovò a ballare in uno strip club e, infine, a prostituirsi. Le minacce le impedivano di chiedere aiuto. Il suo “protettore” la terrorizzava dicendole che se fosse andata dalla polizia, avrebbe inviato qualcuno a casa dei genitori per sparare a chiunque avesse aperto la porta di casa. Se cercava di ribellarsi, Rachel veniva picchiata. La colpiva in testa, così i lividi non si vedevano sulla pelle e i clienti non s’insospettivano.

Il suo incubo durò per 10 mesi, quando infine un’altra ragazza, anche lei costretta a prostituirsi nello stesso strip club, andò dalla polizia e il pappone venne arrestato. «In sole cinque settimane divenni una vittima della tratta degli esseri umani da studentessa universitaria di successo che ero», dice la Thomas, adesso a capo di un’associazione che parla dei pericoli della schiavitù moderna e della prostituzione nelle scuole. «I giovani sono i bersagli più facili».

Al giorno d’oggi, ogni paese al mondo ha riconosciuto la schiavitù come un crimine, alla pari della pirateria e del genocidio. Ma gli sforzi per eliminare la tratta degli esseri umani sono relativamente recenti. Nel 2000, per la prima volta, la comunità internazionale si riunì e firmò un protocollo per combattere la tratta degli esseri umani, e definire esattamente in cosa consista. Nell’Unione Europea, i governi dei paesi membri stanno collaborando più che mai per assistere le vittime e condannare chi è colpevole del loro sfruttamento.

Il ruolo delle istituzioni è importante, nel controllare, regolare e favorire l’applicazione dei diritti in questo settore. Anche la volontà popolare dovrebbe essere un porto sicuro per queste tragiche situazioni. Nonostante il generale rifiuto per lo straniero, persiste la paradossale preferenza del migrante per il ruolo di badante, colf e chi più ne ha più ne metta. Un’ingiustizia tacitamente tollerata e quindi, per questo, risulta un ruolo riservato generalmente a chi chiede il minimo per vivere.

Finché lo sfruttamento non sarà preso sul serio, in maniera pragmatica, quello dell’assistenza domestica rimarrà un lavoro difficilmente tracciabile e quindi facilmente abusato, quando invece dovrebbe essere un mestiere portato avanti con amore e dedizione, un lavoro utile e di aiuto reciproco.


 

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