Il crollo della “neutralità” della rete negli USA: cosa significa davvero?

Di Marco Cerniglia – Quando utilizziamo la rete internet, siamo abituati ad avere accesso completo al web, senza alcuna limitazione. Questo è dovuto a un principio cardine della rete, da cui essa si snoda, definito dai più come «net neutrality» (neutralità della rete).

Con net neutrality si vuole indicare una parità di diritti nella trasmissione di dati agli utenti, senza corsie preferenziali di alcun tipo, specie se regolate da veri e propri paywall, muri non superabili senza effettuare un contributo ai provider di servizi internet.

Ebbene, in un ultimo colpo di coda del 2017, abbiamo visto questo principio di neutralità venir meno negli Stati Uniti. La regolamentazione sulla pari fruizione di tutte le risorse del web, senza rallentamenti o limitazioni di alcun tipo, era stata promossa dal governo Obama, e le azioni di Trump potrebbero cancellare questa base importante.

Cosa significa, esattamente, l’abolizione della net neutrality? Finora, chiunque fornisse servizi internet era obbligato a non limitare in alcun modo l’offerta, attraverso rallentamenti o blocchi su alcune aziende a discapito di altre. Adesso, invece, questa parità potrebbe venire meno, in quanto i provider potrebbero decidere di vendere delle “corsie preferenziali” a chi vuole trasmettere, con il solo obbligo di avvisare i propri clienti delle modifiche di trattamento. Secondo Ajit Pai, presidente e direttore della Federal Communications Commission (FCC), non vi era alcuna necessità di regolamentare una disparità inesistente nel trattamento dei siti e dei servizi online; ma già dall’inizio del 2017 si stava lavorando all’abolizione delle norme approvate da Obama, su indicazione del presidente americano Trump.

Moltissime le opposizioni a questa operazione di abolizione da parte della FCC, anche da colossi quali Amazon e Netflix, seppur probabilmente con motivazioni ben diverse da quelle del “popolo del web”. Amazon, per esempio, potrebbe ritrovarsi ostacolata nel suo tentativo di portare avanti il progetto Amazon Video negli Stati Uniti, tenendo conto, per esempio, del fatto che Comcast, Internet Service Provider (ISP) degli USA, possiede un suo canale di trasmissione online per serie televisive, NBC Universal. Quindi, sebbene rimanga probabilmente indiscusso il dominio di Amazon sul commercio online, altre eventuali branche potrebbero venir soffocate dalle decisioni di qualsiasi ISP abbia interessi diversi.

Ma chi rimane più in pericolo sono le eventuali startup, che grazie a questo ostacolo potrebbero ritrovarsi a corto di fondi per potersi permettere un canale di trasmissione, col rischio della diminuzione della concorrenza sulle trasmissioni; ciò porterebbe a un accentramento delle trasmissioni su pochi grandi nomi, quali Alphabet (la holding che controlla Google, e a sua volta un ISP) o Facebook.

Ci saranno effetti negativi in Europa, in seguito a questa decisione? Sull’onda dell’approvazione della net neutrality sotto la presidenza Obama, anche in Europa si sono approvate norme simili, seppur con alcuni buchi, presenti anche nelle vecchie normative USA. Basti pensare al fenomeno dello “zero rating”, che consiste nel garantire accesso privilegiato a un servizio rispetto a un altro, proponendo un piano di consumo che esclude dal limite di banda previsto nel contratto i contenuti prodotti dal tuo provider (o da fornitori terzi che lo pagano per questo); un fenomeno che nonostante le norme viene ancora riscontrato in molte offerte da vari ISP.

Nonostante le evidenti lacune, tuttavia, la garanzia di neutralità aiutava a rendere il web un territorio meno esclusivo. E la sensazione è quella che, con l’abolizione di questa garanzia, il mondo sia oggi un posto un po’ meno libero.


 

 

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