Il TPP condanna UE e Italia per le violazioni dei diritti umani

Di Valentina Pizzuto Antinoro – Si è tenuta a Palermo dal 18 al 20 dicembre la seconda sessione del 2017 del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) consecutiva alla sessione che si è svolta a Barcellona a luglio.

Il Tribunale Permanente dei Popoli è un tribunale d’opinione internazionale il cui fine è la promozione dei Diritti Umani. Nasce nel 1979 a Bologna su iniziativa di Lelio Basso, avvocato e politico italiano che fu membro del tribunale Russell, organismo indipendente non giurisdizionale con lo scopo di portare alla luce i crimini di guerra commessi durante la guerra in Vietnam. Lelio Basso propose di prendere spunto dai tribunali indipendenti per creare un organismo permanente che fosse capace di dare visibilità alle violazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli del 1976. La permanenza  e l’indipendenza  sono le caratteristiche principali del tribunale che  si pronuncia su crimini di Stato, crimini contro la pace, contro l’umanità, di genocidio, sulle gravi e sistematiche violazioni dei diritti e delle libertà degli individui, dei popoli e delle minoranze, commessi da Stati, autorità non statali, da gruppi o organizzazioni private.

Il Tribunale Permanente dei Popoli, grazie all’importanza che riserva alla ricerca sull’interpretazione e la promozione dei diritti, interviene laddove “le legislazioni nazionali ed internazionali non difendono il diritto dei popoli”

A Palermo si è svolta la sessione su La frontiera meridionale dell’UE: Mediterraneo – Italia richiesta da circa 95 organizzazioni nazionali e internazionali radicate nel territorio nazionale. La giuria (composta da esperti in relazioni internazionali, giornalisti, medici e magistrati) si è riunita per discutere delle politiche adottate dall’Unione Europea in tema di migrazione e asilo, e per valutare se esse siano conformi con le convenzioni internazionali in materia di Diritti Umani o se vi siano state violazioni di quest’ultimi, in particolare gli accordi siglati dall’UE e dal Governo italiano con Paesi terzi in tema di migrazione e asilo.

 Come previsto dallo Statuto del TPP, l’atto di accusa è stato notificato alle autorità competenti dell’UE e del Governo italiano con l’invito di partecipazione alle udienze pubbliche del tribunale per poter esercitare il loro diritto di difesa. Tuttavia non vi sono stati rappresentanti istituzionali che hanno partecipato alla sessione, dunque la Giuria ha potuto consultare i documenti ufficiali pubblicati recentemente per poter chiarire la posizione degli assenti.

 I documenti esaminati e le testimonianze ascoltate hanno fatto emergere violazioni sistematiche durante il viaggio intrapreso dai migranti, partendo dai Paesi d’origine e continuando durante la permanenza nei campi di detenzione, fino alla traversata in mare. Se il migrante viene respinto verrà nuovamente rispedito nei campi di detenzione e chi arriva nel territorio italiano viene indirizzato negli hotspot nella speranza di avere la possibilità di richiedere protezione internazionale.

Risulta quasi impossibile indicare un preciso colpevole di queste violazioni e ciò porta ad affibbiare le responsabilità solo a quei colpevoli pubblicamente noti all’opinione pubblica (come trafficanti o scafisti). Esiste inoltre un meccanismo di rovesciamento dei ruoli che si è ormai innescato nel pensiero dell’opinione pubblica, che vede il migrante come colpevole che disturba l’ordine degli Stati e non come vittima, e di conseguenza considerare la migrazione come un atto deviante. Questo è provato anche dal fatto che il migrante è sempre visto come un clandestino e un invasore. La distorsione della realtà scrolla le responsabilità dagli Stati occidentali e dunque all’UE e all’Italia. Per questo motivo il Tribunale Permanente dei popoli auspica un’inversione di rotta, rivendicando addirittura uno ius migrandi, cioè il diritto di migrare legato all’inviolabile diritto di accoglienza.

Un altro interrogativo discusso durante la sessione riguarda l’esistenza di una discrepanza tra il diritto di lasciare qualsiasi paese, sancito nell’art. 12.2 del Patto Internazionale dei diritti civili, e la chiusura delle frontiere europee. Anche se risulta difficile identificare precisamente le responsabilità, il TPP ha messo in luce le responsabilità dell’UE e/o del Governo Italiano che hanno siglato accordi con chi ha commesso e continua a commettere violazioni sistematiche di diritti nei confronti dei migranti, poiché precedentemente alla firma degli accordi non mancava la consapevolezza dei crimini  che venivano commessi (e continuano ad essere commessi) nei territori libici.

Nella sentenza finale, il TPP ha “condannato”:

  • L’UE per le politiche sulla migrazione, in particolare gli accordi stipulati con Paesi terzi perché violano diritti fondamentali;
  • le azione poste in essere nel territorio libico e nelle acque libiche e internazionali dalle milizie e dalla cosiddetta “Guardia Costiera” libica e la decisione dell’arretramento delle unità navali di Frontex e di Eunavfor Med nel Mediterraneo;
  • la condotta del Governo Italiano e dei suoi rappresentanti per la firma del Memorandum con la Libia poiché causa l’aumento delle violazioni compiute dalle forze libiche ai danni dei migranti, sia in mare sia sul territorio della libico;
  • Il governo italiano, in concorso con le agenzie europee operanti nello stesso contesto, poiché responsabile degli episodi di aggressione denunciati dalle ONG che svolgevano attività di ricerca e soccorso in mare che si sono registrati a seguito degli accordi con la guardia costiera libica.

La sentenza di un Tribunale di opinione (come il TPP) non ha una valenza giuridica, ma si tratta comunque di un’iniziativa che da voce alle organizzazioni che a livello nazionale e internazionale si battono per la stessa causa. La recente denuncia dell’Alto Commissario per i Diritti umani, Zeid bin Ra’ad Al Hussein, ne è la prova. Il Commissario ha dichiarato che l’Ue e il governo italiano sono responsabili delle violenze subite ogni giorno nei centri di detenzione libici dai migranti, che diventano vittime di tratta e schiavitù, proprio a causa degli accordi recentemente firmati con i Paesi di transito dei flussi migratori.

Auspichiamo che questa condanna simbolica muova le coscienze dell’opinione pubblica, ma soprattutto di chi ha il potere di intraprendere azioni risolutive, e non di breve periodo, per aggirare un ostacolo che si ripresenterà nuovamente.


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