Settant’anni della “signora d’Italia”: la Costituzione

Era il 27 Dicembre del 1947 e il Capo provvisorio dello Stato, Enrico de Nicola, si apprestava a promulgare la Costituzione della Repubblica Italiana, che sarebbe entrata in vigore il 1° gennaio 1948.

La legge fondamentale dello Stato raccoglieva i sentimenti di una moltitudine di opinioni presenti nel nostro paese all’indomani della Seconda guerra mondiale, guerra che, come ricordiamo, fu tragica per l’Italia, e che aveva ridotto il nostro Paese ad un cumulo di macerie e ad un vuoto istituzionale che faceva paura; il re e la monarchia avevano abbandonato il paese e il referendum del 1946 sarebbe stato chiaro: repubblica.

«La funzione di una Costituzione è quella di armonizzare i differenti stati sociali dotati di diversi livelli di educazione, costruendo la cultura politica di un popolo, il fondamento della sua identità, in modo tale da trasformare una moltitudine in una nazione» scriveva Walter Bagehot nel suo saggio sulla Costituzione inglese nel 1867, ed è tutto sommato quello che la nostra Costituzione si prefiggeva di realizzare attraverso i suoi ideatori: personaggi politici provenienti da diverse ed opposte scuole di pensiero come democristiani, comunisti, socialisti e autonomisti. Una carta che racchiude la voglia di unire definitivamente tutto il territorio italiano e garantire eguali diritti ad ogni cittadino italiano e dare vita ad una grande nazione che si affacciava all’Europa unita e al mondo capitalista, non dimenticando gli ideali socialisti di statalizzazione e welfare.

La nostra Costituzione, in questi settant’anni di vita, ha visto evolvere il nostro Paese, vedendolo progredire negli anni del boom economico degli anni sessanta, poi sprofondare negli anni oscuri del periodo degli “anni di piombo” e della lotta alla mafia, e superare gli anni Novanta con Tangentopoli e l’ingresso nel terzo millennio, con l’arrivo dell’Euro e la crisi del 2008.

Numerose sono state le proposte di riforma della costituzione, a partire dal 1983 con la commissione Bozzi e successivamente con la commissione De Mita-Lotti, che voleva modificare la seconda parte della Carta: tentativi falliti per l’incapacità delle forze governative di imprimere la marcia giusta alle riforme. Arrivando ai giorni nostri, incontriamo le proposte di riforma del 1997 con D’Alema e le due proposte Berlusconi del 2001 e del 2006 con la cosiddetta “Devolution”, che miravano a trasformare il nostro sistema da parlamentare a federale.

Il tentativo più recente a essere proposto è quello dell’anno scorso, con la riforma Renzi-Boschi che si prefiggeva di realizzare il superamento del bicameralismo paritario, oltre che la riduzione del numero dei parlamentari, la soppressione del C.N.E.L. e la revisione del titolo V della parte seconda della Costituzione, tentativo respinto dal referendum del 5 dicembre 2016.

Nonostante la nostra Costituzione sia rimasta pressoché la stessa dal 1947, essa rimane una carta completa che garantisce l’uguale trattamento di tutti i cittadini italiani e il buon funzionamento delle istituzioni, del suo bicameralismo perfetto e della completa separazione dei tre poteri.

Tuttavia, giunti al traguardo dei settanta, un’attenta rivisitazione dell’assetto territoriale, con graduale cessione di poteri alle regioni e di una rivisitazione delle funzioni delle due camere, soprattutto del Senato, andrebbe eseguita per garantire ancora una prospera vita alla Carta costituzionale italiana, da molti considerata la “più bella del mondo”.

Giuseppe Sollami


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