Andy Warhol: l’arte di rimanere eterni. Manuale illustrato

Il maestro della Pop Art fa tappa a Palermo a Palazzo Sant’Elia con una tra le più belle collezioni, quella di Rosini Gutman Collection – curatore dell’evento – che abbraccia gran parte dell’intero percorso artistico ed iconografico dell’artista, dal 1957 al 1987, in mostra fino al 7 gennaio.

Chi è Andrew Warhola. Questo era il suo vero nome, modificato e americanizzato traendo spunto da un incidente di stampa: per errore fu riportato il suo cognome senza la “a” finale, e non gli parve niente male, tanto che modificò anche il nome.

Certamente si tratta di un personaggio che è entrato a far parte dei simboli della nostra cultura: tutti sanno chi è Andy Warhol. Ovviamente per sommi capi; tutti lo identificano come colui che realizzò l’icona di Marilyn Monroe e per alcuni un po’ più informati, colui che iconizzò i prodotti di alcuni dei beni di consumo più popolari.

Riallacciandoci al termine popolare: il nostro caro Andy Warhol non ha seguito una scia dietro cui creare le sue opere. Dalla sua biografia: «Nel 1960 Leonard Kessler incontrò Andy Warhol che usciva da un negozio d’arte con tele e simili sottobraccio, e gli chiese “ Cosa stai facendo Andy?”. Egli senza battere ciglio gli rispose “Vado a fare la pop art”» (Victor Bockris, Andy Warhol, Leonardo Paperback, Milano 1991, pag. 111)

Questo a testimonianza del reale lavoro dell’artista che creò principalmente un discorso dal quale poi realizzò tutto quello che concerne la sua opera. Non solo opere pittoriche ma anche film, copertine di riviste e album musicali. La sua attività era fondamentalmente quella di ritrarre la società per quella che era: schiava dell’immagine.

La Pop Art o Popular Art, come arte di massa, ossia prodotta in serie, per Andy Warhol è «un modo di amare le cose» e si ispira alle immagini della comunicazione di massa, alle pubblicità, per esaltare il concetto della riproducibilità dell’opera d’arte.

Personalità apparentemente impenetrabile, in realtà, Warhol fu sempre terrorizzato dalla morte, dalla malattia e dagli interventi; per quest’ultimo timore egli non si fece mai togliere la pallottola dopo che il 3 giugno 1968 Valerie Solanas – ossessionata dall’artista e sentendosi rifiutata artisticamente – attentò alla sua vita. I chirurghi dovettero aprirgli il petto e praticargli diversi massaggi cardiaci per riattivargli il cuore. Soffrì di postumi permanenti, e la vicenda ebbe un effetto profondo sulla sua vita e sulla sua carriera artistica.

Passando alla mostra. Il percorso di Andy Warhol: l’arte di essere famosi comincia concettualmente con l’idea della ripetizione e con lavori realizzati con la tecnica blotted-line (linea macchiata d’inchiostro): si tratta di creare una composizione, a partire da una foto o un disegno, trasferendo su carta assorbente un schizzo fatto con l’inchiostro in una carta impermeabile. Nella prima sala troviamo i lavori sulle ricette di Suzie Frankfurt, Wild Raspberries, libro realizzato “a mano” sul finire degli anni Cinquanta con l’aiuto della madre Giulia Warhola, scimmiottando i libri di cucina francese tanto di moda in quel periodo.

Nella seconda sala troviamo alcune opere dedicate agli show a pagamento con il Lincon Center Ticket ad aprire il percorso di questa sala. L’artista, ormai conosciuto, amava stare in fila alle code dei botteghini. Lì socializzava, parlava con le persone che riconoscendolo si mettevano in fila. Entrava, ma iniziato lo spettacolo andava via; Warhol utilizzava se stesso come manovra pubblicitaria per accrescere il pubblico pagante. Seguono poi le opere più conosciute: la gà citata Marilyn Monroe, Mick Jagger, Elisabeth Taylor, il doppio Elvis e se stesso, includendosi a pieno diritto fra le pop star che lui stesso ritrae.

Nella sala dove è presente il bookshop sono presenti altre opere dedicate al merchandising e al packaging di cui il caro Warhol è tutt’oggi il maestro indiscusso. E via con l’icona dei famosi barattoli di Zuppa Campbell stampati su vestiti e borse, e il famoso scatolone Brillo! Che troneggia “scultoreo” su un piedistallo.

Poi una sala dedicata ad Interview, la rivista fondata nel 1969 da John Wilcock, Ferard Malanga e Andy Warhol che ne assunse la direzione. La rivista si occupava di celebrità, intervistate da altre star per rivelarne gli aspetti più intimi, inventando un nuovo metodo di concepire la presentazione e la consacrazione dei personaggi. Il concetto di fondo è lo stesso che da il nome alla mostra, ovvero l’arte di essere famosi.

Nelle ultime sale vediamo i lavori in collaborazione con le star della musica a partire dalla copertina dei Velvet Underground con la famosissima banana, e le altre collaborazioni come ad esempio quella con la nostra Loredana Bertè, per la quale non ha concepito solo la copertina dell’album ma ha anche curato il video musicale dalla durata di ben 21 minuti. Oltre la musica, i lavori cinematografici: ad esempio una rarissima foto tratta dal film Dracula cerca sangue di vergine… e morì di sete! pellicola alla quale partecipò come interprete Vittorio de Sica e anche un giovane Roman Polanski.

«L’obiettivo della Rosini Gutman Foundation è quello di far conoscere Andy Warhol da una prospettiva diversa rispetto alle altre grandi collezioni e di focalizzare l’attenzione su opere che rappresentano la parte più intima e affine artisticamente alle sue origini europee» così parla della mostra Angela Fundarò Mattarella, vice presidente della fondazione Rosini Gutman.

La mia esperienza alla mostra è stata arricchita dal fatto di averla visitata con una grande appassionata e conoscitrice dell’artista, la professoressa Serena Giordano, docente di Didattica per il Museo all’Accademia di Belle Arti di Palermo, che con la sua vasta conoscenza ha impreziosito la visita con aneddoti e informazioni che ritengo molto utili alla lettura del lavoro di Andy Warhol, mettendone in risalto gli aspetti più umani e anche geniali. Questa mia fortuna ha sopperito alle mancanze del personale – ragazzi dell’alternanza scuola/lavoro – purtroppo poco preparato. Inoltre con Serena si è pensato che un sottofondo dei Velvet Underground in tutto il percorso avrebbe aiutato alla contestualizzazione della mostra. Ma va bene così, forse la mostra perfetta non esiste!

In conclusione. Andy Warhol è l’artista che ha fatto di se il vero prodotto artistico trasformando la sua vita in un’opera d’arte, cosa che solo i più grandi artisti riescono a fare. Con l’opera d’arte da oggetto unico a prodotto in serie, Warhol conferma, di fatto, che il linguaggio della pubblicità è diventato arte e che i gusti del pubblico sono ormai uniformati e standardizzati. Lui non è solo colui che creò l’immagine mito. Per questo motivo va approfondito e letto nelle sue fragilità e nel suo rimanere sempre fuori dal convenzionale, obiettivo che vuole raggiungere la mostra.

Virginia Monteleone


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