Una lista senza fine: il War Memorial ricorda i caduti in Iraq e Afghanistan

Gratitudine, sacrificio e senso del dovere. Ecco cosa simboleggia il Marine Corps War Memorial, situato al di fuori delle mura del cimitero nazionale di Arlington, Virginia. L’enorme monumento rende così omaggio a tutti quei marines morti per la difesa del paese, dalla sua costituzione – nel 1775 – fino alle guerre più recenti.

Per comprendere il senso della scultura bisogna partire dalla Battaglia di Iwo Jima. Il monumento infatti raffigura i sei militari presenti nel celebre scatto di Joe Rosenthal mentre issano la bandiera a stelle e strisce, sul monte Suribachi. La foto divenne immediatamente sinonimo di vittoria per le truppe americane e i soldati immortalati – il Sergente Michael Strank, il Caporale Harlan Block e i soldati scelti Franklin Sousley, Rene Gagnon, Ira Hayes e Harold Schultz – divennero degli eroi in patria e tale gesto valse loro un biglietto di sola andata per casa. La storia di questi soldati “fortunati” fu raccontata nel film “Flags of Our Fathers” del 2006, diretto da Clint Eastwood.

Dalla sua inaugurazione nel 1954 – per mano dell’allora presidente Dwight Eisenhower – fino ai giorni nostri, sulla base in granito dove si erge la scultura alta poco più di ventitré metri, sono incise la varie battaglie in cui hanno combattuto e hanno perso la vita dei marines. Dalla Guerra di Indipendenza alla Prima Guerra Mondiale, passando per la Seconda fino alla Somalia. Dopo più di vent’anni dall’ultima incisione, anche le campagne in Iraq e Afghanistan – soltanto la prima in parte conclusa – sono state aggiunte all’interminabile lista. 

«Dobbiamo prenderci un momento per ringraziare le loro famiglie, i loro figli, le loro figlie, i loro coniugi, i loro padri e le loro madri per quello che hanno fatto e ciò che rappresentano».

Sono state queste le parole del Generale Robert Neller, dal 2015 al comando del Corpo, durante la cerimonia di Arlington.

Il Medio Oriente resta tuttora un teatro caldo. Soltanto in Afghanistan, dal 2001 ad oggi, hanno perso la vita più di 2000 soldati americani e il conflitto ancora non ha avuto termine. È in Iraq che si sono registrate le più alte perdite: infatti dall’inizio del conflitto, nel 2003, fino al passaggio definitivo nel 2011 di tutti i poteri alle autorità irachene, i morti ammontano a più di 4000. 

Le due ultime campagne incise sul monumento indicano una data di inizio ma non una di fine. Alla domanda «termineranno queste campagne?» il Generale Neller ha risposto: «Lo spero. In questo momento non vorrei speculare su una loro fine. Un giorno finirà e, purtroppo, forse ci saranno altri posti dove andare».

Marco Tronci


 

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