L’arte racconta il Mediterraneo. Palermo e i suoi “primi passi” verso il 2018

L’anno 2018 è alle porte, Palermo si avvia ad essere la Capitale Italiana della Cultura ed è per questo che la vediamo muoversi con impegno per la creazione di nuovi stimoli volti alla crescita.

L’innovativa mostra dal titolo “Contemporary and Future Mediterranean Memories” accolta nell’antica dimora storica palermitana, Villa Chiaramonte Bordonaro ai Colli, si inserisce in un percorso del tutto nuovo che mira a dare nuove risposte ad alcune problematiche contemporanee mediterranee attraverso mezzi alternativi  .

Lo spazio espositivo, nato in occasione della Conferenza Mediterranea dell’OSCE “On human mobility across the Mediterranean: challenges and opportunities of migration”, è stato curato da Paolo Falcone con la collaborazione organizzativa della Fondazione Sambuca e il Patrocinio del Comune di Palermo e dell’Assessorato alla Cultura. Come ci spiega il suo curatore è stato un tentativo di «costruire qualcosa di più corposo e offrire agli alti rappresentanti della politica, ospiti a Palermo, un mezzo di confronto nuovo – continua Falcone entusiasta – è stato un successo strepitoso».

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Il nuovo spazio di fruizione culturale promosso insieme al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale è, come ci racconta Paolo Falcone «un’esposizione che permette di fare politica attraverso la cultura intraprendendo un percorso cittadino fatto non solo di mostre ed eventi culturali ma anche di azioni  per favorire la crescita». La mostra rimarrà allestita fino al 3 dicembre 2017 e come spiegato dal curatore «ogni mostra: apre, racconta e chiude» e lascia con sé l’eco delle emozioni che trasmette.

Spesso nella storia, l’arte ha incrociato la politica sotto forma di protesta; a villa Bordonaro invece si respira un’aria nuova e come afferma Paolo Falcone l’arte «diviene strumento di analisi e ci offre una visione consapevole della realtà offrendo uno spunto di dibattito politico-culturale».

Il titolo della mostra si rifà esplicitamente al celebre saggio Les Mémoires de la Méditerranée di Fernand Braudel e ci offre il Mediterraneo come collante delle culture che lo attraversano. Racconta in modo facile e immediato il valore e il significato dell’incontro, della compresenza e dell’integrazione sul mediterraneo: la narrazione coincide con la storia dei Paesi e dei  popoli del Mediterraneo ed evoca un’atmosfera fatta di colori, frammenti di immagini e opere straordinariamente semplici ma profondamente didascaliche di una realtà ormai segnata dal conflitto; il tutto miscelato in un’esperienza culturale unica.

Il Mar Mediterraneo in tutte le sfumature cangianti viene sviscerato nella breve mostra-racconto che vede la sovrapposizione e l’integrazione di tre elementi interpretati come parti di un’unica storia: il racconto attraverso le immagini di Isaac Julien ad esempio, quello attraverso la scultura offerta da Michelangelo Pistoletto e la narrazione poetica che accompagna alcune fotografie come quella di  Walid Raad.

Il Mediterraneo capace di unire tre continenti, Europa, Africa e Asia è un crogiolo di popoli, un’area dove storie, società e ambienti naturali si fondono e questa sua unicità gli artisti ospiti della mostra palermitana l’hanno saputa cogliere al massimo. L’allestimento tenta di focalizzare la sua attenzione sui flussi migratori ponendo l’accento non tanto su ciò che divide ma su ciò che invece unisce.

Gli altri artisti invitati sono Adel Abdessemed, Allora e Calzadilla, Mounira al Sohl, Rossella Biscotti, Gea Casolaro, Peter Fend, Khalil Rabah, Tomas Saraceno, Stalker; l’arte grazie alle loro opere diviene strumento per affrontare le cosiddette new challenges, le nuove sfide contemporanee, e testimonia un cambiamento di rotta, un vero e proprio plot twist nell’amministrazione siciliana. Come ci sottolinea Paolo Falcone «è evidente che Palermo vive un cambiamento rispetto al passato, grazie ad un sindaco lungimirante che ha posto la cultura al centro dell’agenda può godere di nuovi risultati tangibili che si misurano nell’incremento degli investimenti e nella crescita del turismo».

L’opera di rilievo delle spazio espositivo è “Love Difference” di Michelangelo Pistoletto, un tavolo specchio che racchiude la forma del bacino del Mediterraneo, circondato da simboliche sedie di diversa forma, colore e materiale che rievoca il valore e il significato dell’incontro, della compresenza e dell’integrazione: la varietà cromatica richiama tutte le sfumature dei popoli  che vengono abbracciati dal mediterraneo ed è probabilmente l’opera più prominente all’interno della mostra. Esposta anche nella Collezione della Farnesina, è un esplicito invito al dialogo un vero e proprio tavolo metaforico delle trattative verso nuove soluzioni inclusive per risolvere uno dei problemi più discussi del bacino mediterraneo: l’immigrazione e la sicurezza del nostro mare.

Il tavolo di Pistoletto però non è l’unica opera per cui vale la pena fare questo rapido ma intenso percorso artistico, infatti, non passa inosservata la scultura degli artisti Allora e Calzadilla:  un’enorme campana d’ottone, con su inciso il titolo dell’opera “Rights of Man Bell (Un-Tuned)”. Caratterizzata da un suono volutamente alterato, ad ogni ritocco, desta gli animi al ricordo delle ripetute violazioni dei diritti umani. L’opera risalente al 2003 è stata progettata a Parigi per il museo del Couvent des Cordeliers.

L’artista britannico Isaac Julien partecipa alla mostra per raccontare i flussi migratori in mare attraverso una foto tratta dalla serie Western Union: Small boat, risalente al 2007 e già esposta al MoMA di New York e alla Royal Academy of Arts di Londra. Un’immagine dai colori volutamente esasperati che illustra un vero e proprio “cimitero di barche” a Lampedusa. Ripresentata dopo dieci anni dal suo primo scatto mostra come, dopo un’intera decade, non si è ancora riusciti a mettere fine alle tragedie in mare.

L’istallazione “My neck is thinner than a hair: Engines” dell’artista Walid Raad è frutto di una lunga ricerca sui duri anni della guerra in Libano. Un archivio consapevole che mostra crudamente la consapevolezza dell’autore sulle drammatiche conseguenze della guerra.

Mounira al Sohl, invece, con il suo arazzo intitolato “A la santè” fa da spartiacque tra le due sale della mostra e si eleva ad essere un simbolo di memoria e ricostruzione. Opera autobiografica dell’artista che attraverso la tessitura racconta alcune esperienze familiari in Siria e in Libano dalla prima guerra mondiale ai movimenti rivoluzionari degli anni 50’.60’.

Di altrettanto interesse e fascino è l’opera dell’artista Khalil Rabah “After 12 years” del 2008 ossia una teca di vetro con dentro una serie di piccoli alberi di ulivo, pianta simbolo della flora mediterranea che diviene immagine figurativa di continuità culturale. A seguire  la serie fotografica “Maybe in Sarajevo” del 1998, realizzata dall’artista italiana Gea Casolaro  pone l’accento sulle influenze architettoniche nel reticolo urbano di Sarajevo. I disegni di Adel Abdessemed, artista algerino facente parte della serie “Wären Fluss und Meere Tinte”, risalenti al 2017. Di non meno interesse è la mappa di Rossella Biscotti, tratta dalla serie “The journey” che mette insieme plurime tematiche caratterizzanti il Mediterraneo come  le rotte marittime, i traffici illeciti, le sfide ambientali e di conservazione del patrimonio. L’artista statunitense Peter Fend con la sua mappa “Eurasia in progress” immagina un Mediterraneo privo di confini nazionali. Ma ancora più follemente visionaria e straordinariamente fantastica e stucchevole è l’opera dell’argentino Tomas Saraceno dal titolo “Biosphere06”, realizzata nel 2009 attraverso un modello scultoreo del tutto nuovo prospettante una vita futura nei cieli con un sistema privo di qualsiasi barriere e nuova percezione dello spazio dove l’identità non è legata al territorio. E per chiudere in bellezza è possibile ascoltare le poesie sonore dei poeti arabo siculi recitate da Adonis, famoso scrittore e poeta libanese proposte dal collettivo Stalker.

In conclusione ci si può ritenere soddisfatti di come Palermo si stia avviando verso l’anno che la vedrà protagonista in Italia e una visita alla mostra vale la pena di essere fatta, se non altro perché è un modo per osservare, analizzare, scoprire, attenzionare problematiche già lette ma rivisitate attraverso un nuovo codice tutto nuovo da sperimentare. Qualora usciste dall’esposizione senza portare nessuna opera nel cuore, avrete comunque ritagliato un piacevole spazio per passeggiare tranquillamente in una meravigliosa villa del XVII secolo e nelle sue antiche scuderie. Certamente Palermo è una città con molteplici difetti ma artisticamente non deluderà mai.

Simona Di Gregorio


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