Una ripresa ancora troppo fragile

Tutte le istituzioni di controllo economico, nazionali o estere, sono concordi nel rilevare come il paese sembra stia mostrando una minima tendenza alla ripresa, alla ripartenza. I principali dati macroeconomici sono positivi: la disoccupazione scende, il PIL è in crescita, anche se lieve, i due parametri deficit/PIL e debito/PIL sono in miglioramento, persino l’inflazione sembra schiodarsi leggermente. A questi dati bisogna aggiungere l’aumento dei consumi e la ripartenza lievissima degli investimenti.

Sembra essere una situazione più rosea rispetto ai periodi precedenti, ma purtroppo non è così. Se si legge fra le pieghe dei dati, la storia che ne deriva è leggermente diversa. Partiamo dai dati di finanza pubblica. Il miglioramento dei due rapporti, deficit/PIL e debito/PIL, non dipende da una riduzione della spesa da parte delle amministrazioni ma dalla crescita del denominatore. Non siamo quindi, in presenza di un efficientamento della macchina statale ma di un miglioramento determinato dal favorevole ciclo economico. Questa situazione è confermata dalla crescita in termini assoluti del debito pubblico e dal continuo disallineamento dei saldi di spesa pubblica. Naturalmente uno sbilanciamento della finanza pubblica è fisiologico nei periodi di crisi ma il modo in cui è fatto e le misure prese, sono decisive per il consolidamento nel momento della ripartenza.

Altri dati interessanti sono quelli dell’inflazione e dei consumi/investimenti. L’inflazione stenta a riportarsi verso un fisiologico livello del 2 per cento, viaggiando, appena, verso la metà. Proprio questo dato mostra quanto la crescita dei consumi e degli investimenti siano deboli. Se questi due fattori avessero una forte azione propulsiva il dato inflattivo decollerebbe, al contrario siamo di fronte a una debole crescita.

I consumi deboli sono collegati al mercato del lavoro. Per quanto la disoccupazione sia in calo e l’occupazione in crescita, quella che ci troviamo davanti è una crescita dell’occupazione a tempo determinato. Proprio la precarietà del lavoro è un freno alla crescita dei consumi, una occupazione più stabile permetterebbe consumi maggiori, innescando una spirale espansiva. Questo tipo di occupazione è anche sintomo dei deboli investimenti che le imprese fanno, non sbilanciandosi in investimenti ambiziosi che comporterebbero un aumento della manodopera stabile. Una notevole eccezione a questo ragionamento è rappresentata dal settore dell’export, dove le imprese registrano una domanda maggiore e quindi investono. Questo settore si conferma essere la parte più dinamica dell’economia italiana, purtroppo però un grande paese come il nostro non può affidarsi al solo settore esportatore per rilanciare la crescita.

A questo quadro bisogna aggiungere come il contesto bancario nazionale soffra di una certa instabilità. Se, come sembra, le regole sui crediti deteriorati dovessero essere inasprite, le banche potrebbero essere costrette a chiudere i rubinetti del credito, azzoppando, forse in modo definitivo, la crescita contrastata di questi mesi. Ancora peggiore potrebbe farsi la situazione, se la politica monetaria europea alquanto accomodante di questi mesi cambiasse segno e cominciasse a prospettarsi una ulteriore riduzione dello stimolo monetario (già recentemente dimezzato) o peggio l’inizio di una restrizione monetaria. Infine non va dimenticato come il quadro economico del paese si confermi essere profondamente duale e come il divario fra nord e sud continui ad allargarsi, zavorrando l’economia nazionale. La situazione sembra di un colore rosa pallido, speriamo non volga verso un grigio fumo.

Francesco Paolo Marco Leti


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