Le memorie indelebili della guerra

Camp Deali Wing Three, Bombay, 17/02/1946

“Carissimi genitori, rispondo a una vostra lettera del 28-11. Sono lieto di voi tutti che state bene, così pure vi posso assicurare di me. Questa mattina ci è pervenuta la notizia che entro il mese d’Aprile si parte da questo campo per rimpatriare, per cui sarò in Italia entro il mese di Giugno salvo che non ci sarà altro contrordine. Salutatemi a tutti i miei parenti e a chi vi domanda di me. Baci affettuosi vostro figlio. Affezionatissimo Pietro”.

Ore 8 del mattino di una domenica di qualche mese fa. Mi giunge un messaggio sul cellulare. È mia madre. Mi ha appena inviato una foto di una lettera che ha ritrovato. La data recita: 17 Febbraio 1946. La mano è quella di mio nonno, all’epoca prigioniero di guerra nella lontana India. È una lettera significativa, con cui uno dei tanti giovani partiti per il fronte annunciava alla propria famiglia il ritorno a casa, dopo anni di prigionia a Bombay nelle mani delle forze britanniche. Tornò malconcio mio nonno. Il periodo in carcere e i momenti della guerra si erano fatti sentire sul suo corpo. Così come sulla sua mente. Al punto da rimanere fermi nei suoi pensieri e tali da venir raccontati con estrema semplicità, senza cadere in esagerazioni. E la lettera ritrovata non fa che rievocare quei racconti ancora una volta.

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«Nonno, ma com’era la guerra?», domandavo. Un modo, se volete assai ingenuo da parte di un tredicenne, per fare un confronto tra la storia scritta nei libri di scuola e quella vissuta sulla pelle da mio nonno. Le memorie del conflitto, spartiacque della nostra epoca, d’altronde vivono assieme ai protagonisti di quella che resta la “guerra” per antonomasia, e che ancora oggi, a settant’anni dalla sua conclusione, fa paura.

La chiamata alle armi, il saluto alla famiglia, quel misto fra incoscienza e paura che poteva pervadere lo stato d’animo di un ragazzo, di un giovane uomo che partiva alla volta di un fronte non ben precisato, sconosciuto. Come lo era d’altronde la guerra, che appariva essere lì a portata di mano, tra le dicerie della gente vicina o di chi ne aveva avuto un’esperienza passata. E invece, l’impatto con la realtà. Quella crudele di una guerra mondiale, terreno della follia umana e dell’odio sconsiderato tra uguali. E quindi di immagini impresse nella mente, di rumori ancora scroscianti nelle orecchie, di paure e sensazioni inconsciamente rimaste nell’animo per tanto tempo, se non per sempre.

Addis Abeba. L’Etiopia. Il caldo africano. La storia di compagni d’armi morti in battaglia o persino in incidenti strani, per mano di alligatori nei fiumi. I rumori dei proiettili. I bombardamenti. Le notti di guardia. L’idea secondo cui lo si faceva anche per un motivo d’orgoglio nazionale. L’immagine del nemico. Gli attimi della cattura e la fredda consapevolezza che il proprio destino fosse legato a un filo. E poi la felicità per la notizia del rimpatrio. Un memorandum insomma sui vari momenti della guerra, che fortunatamente le generazioni successive a quelle di mio nonno non hanno dovuto vivere. Una fortuna che speriamo di conservare a lungo. Questo era il pensiero di mio nonno. Questo mi ricorda la lettera. Oggi come quindici anni fà.

Mario Montalbano


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