L’arte nei campi di concentramento: i volti del massacro nazista

La Shoah è stato l’evento più devastante di cui il genere umano è stato vittima e carnefice. Tra le urla delle camere a gas e il fumo degli inceneritori, l’arte è riuscita a farsi spazio in mezzo ad ammassi di cadaveri, immortalando volti, sguardi e pensieri di chi l’orrore lo viveva dall’interno. 

Il 14 giugno 1940 il più grande Lager della storia nazista venne reso operativo: KL Auschwitz. Con l’intento di sterminare nel modo più veloce ed economico possibile ebrei (oltre ad “elementi socialmente pericolosi”) venivano deportate più di 20.000 persone alla volta. I prigionieri venivano divisi in base al sesso in camere piccole e strette, con dei letti a castello spesso da dividere con altri compagni per mancanza di spazio, rasati a zero dalla testa fino alle parti intime con rasoi senza fili che provocano tagli e ferite disinfettate con prodotti urticanti. Veniva data loro un’anonima divisa grigia a righe, ottenuta da vecchie stoffe lerce su cui veniva cucito un seriale che, da quel momento, sarebbe diventata la loro nuova identità. Dopo una veloce visita medica decisiva sulle loro vite, che li classificava “abili nel lavoro” o “non abili” (quindi da uccidere immediatamente come la maggior parte di donne, anziani e bambini) venivano immediatamente impiegati in lavori manuali disumani per diverse ditte tedesche, in preda alla fame, alla sete e all’estrema stanchezza che spesso portava alla morte sul posto e all’insorgere incontrollato di epidemie mortali. 

In un contesto terrificante e disumano come quello vissuto nei campi di concentramento, numerosi prigionieri consapevoli della loro sorte ma ugualmente pieni di speranza, sfidavano le dure leggi che vigevano sul posto. Bastava loro rubare un pezzo di carbone, della carta forno, un tovagliolo, o qualsiasi altro mezzo per sentirsi ancora esseri umani, mantenere accesa una passione e non perdere la fiducia nei confronti del mondo. Tutto ciò era rappresentato dall’arte. 

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Adam Franciszek Jaźwiecki (1900-1964), pittore polacco, viene trasportato l’1 dicembre 1946 ad Auschwitz, marcato come prigioniero politico. Durante la sua prigionia ritraeva i suoi compagni di stanza, mettendo in risalto il numero da prigionero sapendo che un giorno questi disegni sarebbero diventati testimonianze ufficiali e dando la possibilità agli storici di assegnare un nome vero ai volti da lui raffigurati. 

Era comune che i soldati nazisti commissionassero agli artisti dei ritratti, paesaggi o cartoline per uso privato o per esporli al lagermuseum, il museo del campo di concentramento in cui venivano conservati gli effetti personali o gli oggetti più particolari rubati ai prigionieri. Oggi queste testimonianze sono conservate all’Auschwitz-Birkenau State Museum, tra cui 113 ritratti dell’artista polacco. Agnieszka Sieradzka – storico dell’arte e responsabile delle collezioni del museo – afferma: «La cosa più interessante in questi dipinti sono gli occhi di una impotenza particolare. I prigionieri creavano ritratti perché il loro desiderio ti imprimere una immagine era troppo forte».

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Jaźwiecki nascondeva i ritratti in mezzo al letto o nei suoi vestiti. I suoi disegni sono sopravvissuti fino alla sua liberazione, nel maggio del ’45.  Dopo la sua morte avvenuta l’anno successivo per tubercolosi, la sua famiglia ha donato i suoi ritratti al museo.

«Alcuni sarebbero sorpresi che l’arte esistesse in un luogo simile, in un luogo con crematori, ma l’arte era particolarmente necessaria qui dietro il filo spinato, perché l’arte potrebbe salvare una parte della loro dignità umana – dice Sieradzka – l’arte è stata una speranza per un futuro migliore: l’arte è stata fuga dalla brutale realtà del campo ad un altro mondo migliore».

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Ester Di Bona


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