Nauru: l’isola della vergogna

Immersa tra le onde del Pacifico, appena sotto l’equatore, l’isola di Nauru è la Repubblica indipendente più piccola al mondo. Conta appena 10 mila abitanti, su di un territorio vasto 21,4 chilometri quadrati. L’isola dell’arcipelago della Micronesia, ha conosciuto tempi d’oro durante il 900, quando vennero scoperti diversi giacimenti di fosfato.

Per anni, cave e miniere hanno irrimediabilmente sfruttato queste risorse, al punto che ad oggi l’isola è per lo più inabitata e incoltivabile. È proprio a partire dal suo successo economico che cominciano le sventure. Chiuse le miniere e sfruttato fino all’osso il territorio, dal 2001 una considerevole fonte di entrata per il governo locale è diventato il campo d’accoglienza commissionatogli dall’Australia.

Che l’Australia sia sempre stata protesta a difendere i propri confini con le unghie e con i denti era già visibile nel 2001, quando rifiutò il permesso di entrare nelle sue acque alla nave norvegese Tampa con a bordo diversi profughi, che nel frattempo aveva dichiarato lo stato di emergenza. Quando la nave entrò in acque territoriali australiane, il governo prese il controllo del mercantile e decise di trasferire i migranti a Nauru. Da quel momento venne ufficializzato il Pacific Solution il quale prevede che i richiedenti asilo intercettati via mare che intendano fare richiesta in Australia, siano trasportati in centri detentivi nelle adiacenti isole del pacifico sino all’approvazione dello status. Attraverso questo Programma, quindi, i richiedenti asilo non entrano in territorio australiano, ma vengono dirottati nelle isole vicine. I centri offshore, situati a Nauru e a Manus in Papua Nuova Guinea, devono quindi vagliare le richieste di asilo, offrendo allo stesso tempo accomodazioni e assistenza. Con questo Programma, Nauru accettava di bloccare e accogliere tutti quei migranti che arrivano illegalmente via mare, in cambio di aiuti economici, riducendo così il numero dei richiedenti asilo che mettono piede nel territorio australiano.

Dai dati del 2016 emerge che Nauru è il terzo paese al mondo per il rapporto tra rifugiati e abitanti, con la presenza di 1159 richiedenti asilo e rifugiati, la maggior parte provenienti da Iran, Afghanistan, Iraq, Myanmar, Pakistan e Sri Lanka. Nell’isola i rifugiati vivono insieme alla comunità locale, con alcune limitazioni, mentre i richiedenti asilo sono relegati in centri detentivi, in attesa che le loro richieste vengano esaminate.

Negli anni, sono state portate avanti diverse inchieste che rivelano le tante e ingiustificate violenze messe in atto nei confronti dei migranti ivi residenti. Sebbene due ricercatori di due diverse NGOs siano riusciti ad entrare legalmente nel territorio, Australia e Nauru rifiutano la maggior parte delle richieste di visita da parte di giornalisti o ricercatori. Questo mira ovviamente a celare ciò che di più atroce succede nell’isola. In un rapporto del 2016 (L’isola della disperazione: come l’Australia tratta i rifugiati a NauruAmnesty International denuncia il sistema di abusi e accusa il governo australiano di esserne complice. Secondo l’organizzazione infatti “non si tratta di una particolare efferatezza del governo di Nauru, ma dell’effetto del sistema di deterrenza australiano: impedire ai rifugiati di raggiungere il territorio governato da Camberra e scoraggiare i nuovi profughi a raggiungere un luogo che somiglia tanto ad una prigione”.

I migranti vengono reclusi spesso per anni in un territorio remoto dal quale non posso muoversi e lì vengono intenzionalmente torturati per scoraggiare i rifugiati a raggiungere le sue coste e, allo stesso tempo, punire coloro che ci hanno provato. Stipati in accomodazioni precarie (Centri di trattamento regionale), sono privati di assistenza sanitaria e degli altri servizi di accoglienza.

Centinaia sono le denunce di stupri e violenze messe in atto dagli isolani e dagli operatori del centro. I numerosi casi di tentato suicidio palesano i terribili problemi di salute mentale e rivelano, allo stesso tempo, il livello di disagio e disperazione a cui chi è fuggito da una guerra ed ha rischiato la morte in mare, è sottoposto.

Il costo di questo sistema di respingimenti collettivi è di circa 573.000 dollari australiani a persona. I centri sono gestiti da società private assunte dal governo australiano che evidentemente antepongono i profitti alla correttezza. Da un’ulteriore inchiesta di Amnesty International, emerge che, diverse multinazionali lucrano e guadagnano su questo sistema. Il rapporto L’i$ola del tesoro rivela che i centri di Nauru e Manus, sono gestiti da Broadspectrum (acquisita da Ferrovial) che negli ultimi anni ha visto un incremento delle sue entrate del 45%.

Questi centri di detenzione sono parte integrante della politica australiana sull’immigrazione e sebbene le numerose denunce da parte dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e da diverse Ong, il governo australiano continua ad affidare la responsabilità di queste procedure a Nauru. In un contesto in cui i carnefici rimangono impuniti e liberi di continuare a perpetrare violenze, le vittime criminalizzate e trattenute in sistemi di reclusione, privati delle loro libertà fondamentali, il ruolo dei diritti umani è fortemente messo in pericolo.

Martina Costa


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