L’UE saluta Helmuth Kohl, il tedesco che amava l’Europa

Sabato scorso sono stati celebrati i primi funerali di Stato da parte dell’Unione europea. L’onore di questa inedita cerimonia è stato tributato all’ex Cancelliere tedesco Helmuth Kohl, morto il 16 giugno nella propria abitazione a Ludwigshafen. Il Parlamento europeo è quindi diventato il teatro dell’addio ad uno dei maggiori attori sulla scena politica del ventesimo secolo.

Quella di Kohl assurge infatti a figura fondativa dell’Europa, come ci è nota nella nuova realtà globalizzata, perché indissolubilmente legata alla caduta del Muro di Berlino. Fu lui che nel novembre del 1989, a venti giorni di distanza dal crollo del Muro, presentò al Bundestag il “Piano in dieci punti per superare la divisione della Germania e dell’Europa”, un progetto ambizioso che avrebbe portato alla riunificazione tra le due Germanie in un unico Stato.  

La riunificazione tedesca avrebbe alterato in modo decisivo gli equilibri europei, riponendo al centro del continente una Germania con più di 80 milioni di abitanti, con una vocazione tradizionale di espansionismo politico-economico verso l’Est ed i Balcani. L’Europa avrebbe dato disco verde alla riunificazione a patto che la nuova “grande Germania” avesse dato una chiara ed incontrovertibile prova della sua vocazione comunitaria. Le trattative si protrassero per l’intera estate ed il 3 ottobre 1990 entrò in vigore il Trattato col quale venne proclamata l’unificazione politico-territoriale tra la Repubblica Federale (Germania Ovest) e la Repubblica Democratica (Germania Est), nonché la parificazione economica e monetaria tra i due sistemi. Helmuth Kohl è stato l’artefice di questo risultato, riconosciutogli da più parti come un vero e proprio capolavoro politico. L’uomo che aveva due sogni, Germania ed Europa unite, aveva capito prima di tutti che soltanto un continente forte e più coeso avrebbe avuto qualche chance nel mondo nuovo che gli eventi stavano configurando tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90.

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Leader dell’Unione Cristiano-Democratica (CDU) dal 1973, Kohl è diventato Cancelliere il 1º ottobre 1982 ed è rimasto in carica fino al 27 ottobre 1998; con 16 anni di permanenza è stato il Cancelliere più longevo della storia dopo Otto von Bismarck. Kohl ha guidato saldamente la Repubblica Federale tedesca durante gli ultimi anni della cosiddetta Guerra fredda ed assieme al presidente francese François Mitterrand è considerato l’architetto del Trattato di Maastricht, che ha istituito l’Unione europea. A dispetto dei suoi successi, l’eredità politica di Kohl è stata gravemente danneggiata da uno scandalo riguardante il finanziamento del suo partito. Le indagini del Parlamento tedesco sulla provenienza dei fondi illegali della CDU rivelarono due fonti: la vendita di carri armati all’Arabia Saudita ed una maxi-tangente da 40 milioni di euro pagata dall’allora governo francese di Mitterrand per l’acquisto di una compagnia petrolifera della Germania Est da parte dell’azienda parastatale ELF Aquitaine, di cui 15 milioni sarebbero stati versati direttamente alla CDU come aiuto per la campagna elettorale di Kohl del 1994. Oltre 300 milioni di marchi tedeschi in fondi illegali furono scoperti in depositi nel cantone di Ginevra.

Nonostante questa macchia, la figura di Kohl rimane centrale nell’intera narrazione politica tedesca, europea ed internazionale e sono in tanti quelli che oggi sentono la mancanza di una leadership del suo calibro. Amava dire che il suo obiettivo non era quello di “creare un’Europa tedesca, bensì una Germania europea”. Nei giorni scorsi, in piena campagna elettorale, Martin Schulz, candidato SPD alla Cancelleria, faceva riferimento proprio a queste frasi, esplicative del rapporto complesso tra la Germania e l’Europa. Angela Merkel, l’erede politica di Kohl, pur avendo sviluppato le tematiche democristiane della CDU in chiave socialdemocratico-cristiana, si è spesso e volentieri mossa proprio al contrario del suo mentore per quanto concerne le dinamiche comunitarie. La lungimiranza di Kohl si è manifestata più volte nel saper guardare oltre l’immediato tornaconto elettorale per stimare i vantaggi delle future generazioni e soprattutto si basava sulla piena consapevolezza di dover far fronte comune con i partner europei al fine di realizzare quell’Unione politica di fatto che era stata l’idea ispiratrice dei padri costituenti europei. In questi anni uno statista come Kohl avrebbe di certo constatato la miopia di Berlino, preoccupata di superare le crisi (economica, migratoria, terrorismo) con le proprie forze piuttosto che catalizzando quelle degli altri Paesi.

Le esequie di Stato che l’UE ha celebrato in suo onore vanno forse lette al di là del loro valore simbolico, comunque importante. L’Europa odierna sta negoziando la Brexit e sta cercando di galleggiare tra i marosi dell’irrisolta ondata migratoria, della costante paura degli attentati e della claudicante ripresa economica. Le tornate elettorali ravvicinate di questo 2017 (Olanda, Francia, Gran Bretagna, Germania) possono rappresentare sì un argine allo “scampato pericolo” del successo populista, ma rischiano tuttavia di tradursi in sterili assestamenti e bilanciamenti di forze fini a sé stessi se non sapranno realmente provocare un rilancio di quello spirito europeo ed europeista, che fu la stella polare dell’azione politica di Helmut Kohl.

Francesco Polizzotto


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