Il “controterrore” antimusulmano: una violenza passata dalle parole ai fatti

Con l’episodio parigino del 29 giugno sono giunti a due gli attacchi di quello che possiamo definire una sorta di “controterrore” europeo. A Parigi un uomo ha tentato di investire i passanti davanti una moschea a Creteil, nella periferia della capitale francese, ma per fortuna non ci sono state vittime e l’uomo è stato fermato e arrestato. Quasi due settimane fa a Finsbury Park, a Londra, un altro “pilota assassino” si è fiondato sulla folla all’esterno di un’altra moschea uccidendo un uomo. Si tratta di una deriva xenofoba sempre più forte, soprattutto nei paesi più colpiti dal terrorismo islamista, appunto Regno Unito e Francia.

A Parigi l’uomo che ha provato a investire i fedeli fuori dalla moschea soffrirebbe di problemi psichiatrici e avrebbe dichiarato di voler “vendicare le vittime del Bataclan e degli Champs Elysées”. Il londinese, sconosciuto alle forze di sicurezza, è legato agli ambienti dell’estremismo di destra e durante l’assalto a bordo del furgone avrebbe urlato frasi di odio contro i musulmani. Ripudiati entrambi i gesti dai rispettivi governi nazionali, questi episodi sono stati definiti “ripugnanti esattamente come gli altri atti di terrorismo”.

Ma cosa significa questa risposta, inquadrabile ben oltre la mera emulazione, in un Continente dove le forze politiche di ogni parte stanno facendo della Sicurezza il tema principale delle proprie campagne elettorali? È il segnale di un contro movimento – pur sempre espresso da lupi solitari – alimentato da un sentimento di vendetta, per la verità, piuttosto dormiente ma presente tra le righe dell’ideologia della destra estrema. Due attentati contro i musulmani in dieci giorni sono un campanello di allarme che deve portare a una necessaria riflessione: la religione non c’entra, e se c’entra è un pretesto per riunire intorno a un leader un’armata di pazzi. Quello dei musulmani è un clamoroso bersaglio mancato.

Andiamo per ordine. La convinzione che gli islamisti vogliano combattere una guerra contro la civiltà occidentale è grossolana e poco obiettiva: la motivazione sostanzialmente politica delle aggressione agli stati europei, principali finanziatori di operazioni belliche in Medio Oriente, sostiene la formazione del grande unito Stato Islamico estromettendo tutti i paesi con interessi economici nell’area tra l’Afghanistan e il Maghreb. Quella contro gli Europei è una lotta frammentaria e guidata da un fanatismo antistorico che ripudia sia la Storia recente sia quella più antica in favore della formazione di un nuovo impero a guida fondamentalista. I musulmani che vivono nell’Unione Europea sono ben integrati nella società occidentale – basti pensare che il sindaco di Londra è musulmano – e non sono uno strumento di ritorsione contro il terrorismo dell’Isis, ben lontano dall’interessarsi ai “propri fedeli” presenti in terra d’Occidente. E non serve precisare che gli attentati compiuti in mezza Europa non tengono conto di origine, estrazione sociale e men che meno appartenenza confessionale.

La politica non aiuta. L’antieuropeismo, atteso come dilagante all’inizio di questo 2017 e poi andato scemando sul più bello – gli appuntamenti elettorali falliti in Olanda e Francia ne sono la dimostrazione – non è però scomparso come per magia. Il successo di idee “secessioniste” è stato abbondantemente accompagnato dalla paura per lo straniero per il gran numero di immigrati che da anni stanno arrivando alle porte dell’Ue (soprattutto in Italia) nonostante i tentativi di arginare gli arrivi bloccando la rotta balcanica. Evidente come il ripudio verso il sistema-Ue comprenda certamente l’austerity e il cedimento delle sovranità nazionali dei singoli stati, ma anche l’incapacità europea di gestire la questione immigrazione. Purtroppo è chiaro come immigrati e rischio terrorismo vengano percepiti come due problematiche collegate – anche se origini e nascita di tutti i terroristi abbiano ampiamente smentito questo legame concettuale – e come questo sentimento anti-musulmano assopito e ipocritamente celato venga cavalcato da fenomeni politici nazionalisti (mentre in Italia la Lega Nord è passata da “viva la Padania” a “viva l’Italia”, e non si offenda De Gregori!). Anti-europeismo e xenofobia vanno spesso a braccetto, ed è sufficiente leggere qualche programma politico, dall’olandese petulante Wilders alla francesissima Le Pen.

Il pericolo emulazione resta sempre dietro l’angolo. Non è solo un’imitazione venuta male, ma le caratteristiche e le metodologie “stradali” sono il sintomo di una minaccia ancora più vasta di quella islamista. Non sarebbe possibile interrompere il traffico di vetture nelle città: impossibile bloccare tutti i camion, furgoni, suv e utilitarie nelle vicinanze dei “punti sensibili” o di “interesse strategico”. Inoltre è un fatto che le moschee non siano il primo luogo sorvegliato di ogni metropoli e, per quanto si possano blindare grandi eventi e manifestazioni in Europa, ci sarà sempre la follia omicida pronta a esplodere o a lanciarsi tra la folla. Come si combatte un’idea? Con un’altra idea, facile a dirsi. Quale idea? L’integrazione, il dialogo aperto e democratico, il confronto libero, lo scambio di risorse concettuali e di strumenti culturali, l’inclusione contro l’esatto opposto: l’esclusione, l’estremismo e l’integralismo, armi di distruzione di massa in Oriente come in Occidente.

Daniele Monteleone


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