Attentati di Teheran: cosa è successo, cosa succederà

L’Iran ha subito una coppia di attentati coordinati e mirati a colpire due simboli del regime di Teheran. Un gruppo di quattro uomini ha colpito il parlamento iraniano, mentre simultaneamente un attentatore suicida si è fatto esplodere nel mausoleo di Khomeini. Si tratta di un doppio attacco tutt’altro che casuale – e come spesso accade, il messaggio è estremamente simbolico– che ha toccato il centro politico, il parlamento, il Majid,e l’anima originaria della nazione (il mausoleo dell’amato fondatore della repubblica iraniana), Ayatollah Khomeini, protagonista della rivoluzione improntata al fondamentalismo religioso, impostazione di potere che vive ancora oggi. Lo Stato Islamico si è affrettato ad assumersi la paternità dell’attacco che ha causato la morte di 12 persone ed il ferimento di una quarantina tra passanti, turisti e dipendenti dell’edificio istituzionale. Ma il quadro è più ampio e complesso, come sempre, come tutte le vicende del terrorismo islamista.

Sono volate immediatamente diverse accuse – alcune addirittura durante lo stesso assedio del parlamento iraniano – ai presunti responsabili, diretti e indiretti degli attentati della mattina del 7 giugno: al primo e certo soggetto di rivendicazione, lo Stato Islamico, certamente non un abitué in terra d’Iran; l’Arabia Saudita, nemico non proprio dell’ultima ora; gli Stati Uniti, destinatari dei cori provenienti dalla sala del parlamento, ad attentati in corso, “Morte all’America”.

La tensione in Medio Oriente e nei territori adiacenti al Golfo Persico si inserisce in un dato momento storico, quello attuale, in cui stanno sviluppandosi dinamiche di particolare importanza. Un attentato che potrebbe essere visto in quel di Teheran come una “sorpresa terroristica”, potrebbe essere il sintomo – o la manifestazione più cruda – di uno scontro (tra lo schieramento filo-statunitense e quello filo-russo, per intenderci) giunto a una diversa fase dopo le provocazioni lanciate da una parte e dall’altra.

L’offensiva di tipo economico è la prima strategia del conflitto: l’embargo Saudita contro il Qatar attacca direttamente il Paese accusato – anche a livello internazionale – di essere un finanziatore del terrorismo ed attualmente partner economico dell’Iran (soprattutto per la questione dei giacimenti di gas naturale). Già questa situazione piuttosto contraddittoria basta a rendere l’idea delle ambiguità del caso e delle difficoltà di comprensione delle trattative diplomatiche mediorientali. L’offensiva bellica, quella che Donald Trump ha nuovamente inaugurato, è un’aggressione meno implicita: l’imponente raid aereo americano contro le milizie ribelli filo-iraniane in una piccola striscia di territorio a sud della Siria, ha distrutto decine di mezzi e gravemente danneggiato un battaglione agli ordini di Teheran.

Per farla breve: l’Iran vittima dell’attentato sarebbe adesso mosso dalla volontà di rispondere senza sconti contro quelli che sono considerati i responsabili, diretti, indiretti – o presunti tali – dell’attacco del 7 giugno. In sostanza tutti coloro che si sono posti attualmente in rapporti aggressivi nei confronti del regime iraniano, tornano prepotentemente nel mirino di una Teheran sicura e legittimata allo scontro: lo Stato Islamico, l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti. Nelle possibilità dell’Iran c’è l’aumento dell’influenza sciita in Iraq, danneggiando di fatto le milizie sunnite filo-americane; l’espansione ed il rifornimento delle milizie siriane filo-iraniane, in modo da continuare sul territorio lo scontro con Sauditi ed Americani. Per quanto riguarda la situazione in Qatar sono gli Stati Uniti ad avere l’emiro qatariota Al Thani in mano. Le scelte di Trump saranno determinanti per portare verso una determinata direzione: la stabilità o il cambio di regime a Doha. Sarà il vertice tra la Casa Bianca e l’Emiro (previsto a breve) d indicare il destino della dinastia qatariota e le possibili conseguenze nella polveriera mediorientale.

Daniele Monteleone


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