Il calcio siriano ai tempi di Assad (Seconda parte)

In un Paese sprofondato nel caos e nel terrore come la Siria ci si aspetterebbe che il pallone smettesse di rotolare, invece no. Sul fronte interno il campionato è in piena crisi: gli stadi sono usati come basi militari ed i tifosi non vanno allo stadio sia perché non hanno i soldi sia perché temono per la loro incolumità. Le squadre più blasonate, come l’Al Karama di Homs o l’Al Ittihad, sono state penalizzate dalla distruzione delle loro città e dalla fuga dei migliori calciatori. L’attuale campione in carica è l’Al Jaish, la squadra dell’esercito, che ha beneficiato dell’arruolamento obbligatorio dei calciatori più bravi.  Eppure, a livello internazionale, il calcio siriano sta vivendo anni gloriosi. La nazionale lotta infatti per la qualificazione ai Mondiali del 2018 in Russia. Gli strateghi politici di Bashar al Assad sanno bene quanto il calcio sia un eccellente strumento di propaganda. Il regime ha quindi trasformato la nazionale in un gruppo di sostegno ad Assad col chiaro obbiettivo di garantire la qualificazione ai Mondiali organizzati dal principale alleato di regime, la Russia di Putin. Il sogno di vedere la Siria applaudita e legittimata sui campi da calcio russi ha spinto Assad a darsi da fare. Nel 2012, dopo la vittoria nella Coppa d’Asia occidentale, il presidente ha ricevuto la squadra a palazzo e ha regalato ad ogni giocatore un appartamento a Damasco, 1500euro ed un impiego garantito nel settore pubblico.

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Anche se non dovessero qualificarsi ai Mondiali russi, le “aquile di Qasioun” (epiteto dei calciatori della nazionale) hanno già ottenuto importanti risultati, vincendo 1 a 0 in casa della Cina e pareggiando contro compagini più blasonate come l’Iran e la Corea del Sud. Negli ultimi tre anni la Siria ha scalato oltre cinquanta posizioni nella classifica Fifa, risalendo dal 151°al 93°posto. Tali risultati sono ancora più impressionanti se teniamo conto della situazione in cui la squadra è costretta a giocare. Gli incontri casalinghi si disputano in Malesia, a migliaia di chilometri da Damasco. A causa delle sanzioni economiche inflitte al Paese, la Fifa ha congelato i due milioni di euro destinati al calcio siriano, giustificando il provvedimento col sospetto che il denaro potesse essere utilizzato dal regime per acquistare equipaggiamenti militari. Inoltre la svalutazione della lira siriana ha contribuito a svuotare le casse della federazione calcistica; gli investimenti privati sono minimi e restano praticamente solo i soldi stanziati dal governo. Alcuni tra i calciatori più forti del Paese non giocano più in nazionale per motivi politici. Firas al Khatib, ex capitano ed uno dei migliori calciatori siriani di sempre, il centrocampista Jihad al Hussein e l’attaccante Omar al Soma hanno rifiutato di indossare la maglia della nazionale. Khatib è la stella del campionato del Kuwait mentre Hussein e Al Soma sono due tra i migliori giocatori in Arabia Saudita.

L’exploit della nazionale siriana ha però altre spiegazioni. Ci sono due gruppi di calciatori nella nazionale: quelli che appoggiano il regime per convinzione e quelli che lo fanno perché non hanno scelta, visto che non sono riusciti a scappare o hanno preferito restare con le proprie famiglie. Da un lato, i sostenitori convinti del regime affrontano ogni partita come un battaglia per difendere Assad. Dall’altro, quelli che non hanno scelta devono impegnarsi al massimo per non finire nei guai. Occorre altresì ricordare che già negli anni antecedenti la guerra le nazionali giovanili avevano ottenuto ottimi risultati. Oggi la nazionale siriana non unisce il popolo sotto una sola bandiera, al contrario riflette le divisioni create dagli anni del conflitto. Se non ci fosse stata la guerra, l’ultima generazione di calciatori avrebbe facilmente ottenuto il pass già per i Mondiali 2014 in Brasile e la Siria si sarebbe affermata come una delle migliori squadre asiatiche. In poche parole, se la Siria vince non è a causa della guerra – come vorrebbe fare credere il regime di Assad – ma nonostante la guerra. Se c’erano ancora dubbi sull’orientamento politico della nazionale siriana, un episodio li ha definitivamente dissipati. Dopo una vittoria contro Singapore, l’ex allenatore Fajr Ibrahim ha partecipato alla conferenza stampa, indossando una maglietta con stampato il volto di Bashar al Assad, dicendo “Siamo molto orgogliosi del nostro presidente perché lotta contro le organizzazioni terroristiche di tutto il mondo. È la persone migliore del pianeta”.

Nelle prossime settimane la Siria si giocherà le ultime opportunità per qualificarsi ai Mondiali di Russia 2018.

Francesco Polizzotto


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