Il calcio siriano ai tempi di Assad (Parte prima)

Dall’inizio delle rivolte in Siria, centinaia di calciatori hanno smesso di giocare: alcuni si sono arruolati, altri sono fuggiti e vivono nei campi profughi in Turchia, Libano o Giordania; i più sfortunati sono rimasti feriti o hanno perso la vita. Per Bashar al Assad la nazionale di calcio rappresenta ancora un potente strumento di propaganda. “Gli uomini di Assad hanno preso il controllo della nazionale. La squadra rappresenta gli interessi del regime, non di tutto il popolo siriano”.

Con queste parole Mohammed Jaddou prova a spiegare come in Siria il calcio sia stato “abbracciato” mortalmente dalla guerra. Nel 2014 era il capitano della nazionale siriana under 16. Oggi gioca nell’under 19 dell’Arminia Bielefeld, squadra che milita nel campionato giovanile tedesco. Sogna ancora di diventare un calciatore professionista. Dopo le qualificazioni del mondiale under 17 di Cile 2015, Jaddou era tornato a Lattakia, sua città natale, per pianificare la fuga dal Paese con i genitori.

Vivere in Siria era diventato troppo pericoloso. La pressione era insopportabile. I ribelli mi accusavano di essere complice del governo perché rappresentavo la nazionale. La federazione invece minacciava di porre fine alla mia carriera se non mi fossi presentato agli allenamenti o di inserirmi nella lista dei disertori se avessi lasciato il Paese”. Il padre di Mohammed ha così dovuto vendere la casa al fine di racimolare gli 11mila euro necessari per pagare il viaggio in clandestinità verso l’Europa, durato due mesi. Dopo giorni passati in diverse stazioni ferroviarie, il giovane calciatore assieme al padre sono arrivati in un centro d’accoglienza nella città tedesca di Oberstaufen, nei pressi della frontiera svizzera.

Yasser al Hallaq, coordinatore generale dell’Unione degli atleti siriani liberi, spiega la strategia del regime: “Il valore del calcio siriano è stato distrutto. Le attività sportive non sono state interrotte per trasmettere una falsa impressione di normalità. Il campionato di calcio sta continuando, mettendo a repentaglio la salute e la vita degli atleti. Le partite sono state tutte spostate in due città sotto il controllo del governo, ovvero Damasco e Lattakia”.

I rischi della guerra però non si potevano eliminare del tutto. Nei territori occupati dall’Isis il calcio è stato cancellato. A Raqqa, la roccaforte del gruppo jihadista in Siria, la squadra dell’Al Shabaab è stata sciolta e quattro suoi calciatori – Osama Abu Kuwait, Ihsan al Shuwaikh, Nehad al Hussein e Ahmed Ahawakh– sono stati decapitati in pubblico, perché sospettati di essere delle spie dei miliziani curdi delle Unità di protezione del popolo.

Pochi giorni prima di lasciare la Siria, Mohammed Jaddou aveva perso il suo migliore amico e compagno di squadra, Tarek Ghrair, morto a soli quindici anni a causa di un missile. “Spesso ci ripenso e piango ancora … nel mio Paese ci sono solo guerra, distruzione e fame. Giocare a calcio non ha senso in queste condizioni. Se dovesse tornare la pace, rifletterei sulla possibilità di vestire la maglia della nazionale siriana, ma se mi convocasse la Germania, non avrei dubbi”.

Francesco Polizzotto


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