Calcio, storia ed integrazione allo Stade de France di Saint-Denis

6 ottobre 2001, Stade de France di Saint-Denis: per la prima volta nella storia si gioca una partita di calcio tra Francia ed Algeria. Con più di 100 mila abitanti, la città di Saint-Denis è il terzo maggiore centro abitato dell’Ile-de-France dopo Parigi e Boulogne-Bilancourt. Nella sua basilica gotica sono custodite le tombe di quasi tutti i re di Francia, da Carlo Martello a Luigi XVI.

Dalla seconda metà degli anni Sessanta, dopo la guerra d’Algeria, questa roccaforte del movimento operaio e del partito comunista francese ha assunto un profilo etnico nordafricano. Oggi, grazie agli investimenti nelle infrastrutture autostradali e ferroviarie, Saint-Denis è crocevia dei collegamenti fra Parigi e Bruxelles. Periferia industriale, paradigma della banlieue-monde, qui spadroneggiano i signori del crimine, di matrice non solo ex maghrebina. La città dove riposano i monarchi di Francia è diventata il retroterra ideale per i terroristi jihadisti. Qui hanno trovato appoggio alcuni terroristi della cellula franco-belga, protagonisti degli attentati del 13 novembre 2015 nello stesso Stade de France e nel cuore di Parigi, poi del 22 marzo 2016 a Bruxelles. Nel 2001 viene organizzata un’amichevole tra le due nazionali, a distanza di trentanove anni dagli accordi di Évian per l’indipendenza algerina. La Francia è campione del mondo in carica e l’estate precedente ha trionfato anche agli europei. La squadra allenata da Lemerre e capitanata da Deschamps, rappresenta un perfetto esempio di mixité, l’integrazione alla francese tra le diverse culture e vi giocano Zidane, Thuram, Karembeu e Desailly. Questa integrazione viene sintetizzata dalla formula blanc-black-beur (bianchi-neri-arabi).

L’incontro viene sospeso ad un quarto d’ora dalla fine, quando migliaia di spettatori francesi d’origine nordafricana, che già avevano fischiato la Marsigliese, invadono il campo al grido di “Algeria! Algeria!”; alcuni inneggiano ad Osama Bin Laden. Gli spalti offrono un colpo d’occhio impressionante, con i vessilli bianco-verdi algerini che sovrastano il tricolore bianco-rosso-blu. Sventolando la bandiera del Paese dei propri avi e fischiando la squadra francese, quei contestatori segnalano di appartenere più alla terra di origine che a quella di insediamento. L’amichevole calcistica (per la cronaca chiusa sul 4-1 per i transalpini) si trasforma in un vero e proprio scandalo nazionale. Il trauma della partita Francia-Algeria è vivo nella memoria dei francesi, almeno quanto la rivolta delle banlieues del 2005, con le periferie di mezza Francia messe a ferro e fuoco per tre settimane. In quella occasione venne rafforzato lo stigma delle periferie come non-luoghi dell’emarginazione e del crimine, informi contenitori di un’umanità refrattaria all’integrazione, da segregare ed all’occorrenza da reprimere con la forza.

 

L’episodio dello Stade de France è distante nel tempo, ma la recente stagione di attentati jihadisti sul suolo europeo ha riportato in prima pagina i problemi legati alle periferie francesi. Esse incarnano al grado massimo il fenomeno geopolitico che sta marcando il nostro secolo: l’effetto migratorio di ritorno dei colonialismi e dei post-colonialismi europei sui loro territori metropolitani; il caso della Francia è paradigmatico di tali questioni. Il Paese che ha inventato il culto della Nazione stenta a fare i conti col suo passato imperiale, forse perché esso non è del tutto passato. Esiste un serio problema di carenza identitaria nelle generazioni di stirpe africana che determineranno il futuro degli stessi Paesi occidentali. La partita giocata allo Stade de France il 6 ottobre 2001 è assieme una storia di calcio e di politica, di sport e di integrazione culturale. A partire da essa è possibile leggere quanto sia spinosa la questione che vede l’Occidente sempre meno capace di convivere con l’attuale status di periferia del mondo islamico, dopo esserne stato a lungo il dominatore. 

Francesco Polizzotto


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