Beatles: musica, tendenza e politica di un gruppo immortale

La storia dei Beatles è da allineare alla storia della musica contemporanea: un gruppo musicale formato da quattro ragazzi che rivoluzionarono il modo di fare musica, mescolando in un primo momento, il rock e il pop e nell’ultimo periodo la psichedeli col rock, creando i successi che tutti noi conosciamo e cantiamo ancora oggi.

Un gruppo formato da due menti brillanti come Paul McCartney e John Lennon, da un chitarrista di notevole capacità come George Harrison e dal batterista Ringo Starr. Dal 1963 al 1970 dominarono la scena della musica, scavalcando i gruppi più influenti in quel periodo (come i rivali Rolling Stones) e producendo successi immortali come “Hey Jude”, “Let It be”, “Here comes the Sun”, “Strawberry fields forever” e tanti altri che ancora oggi perdurano nelle classifiche mondiali.

Ma i Beatles sono soltanto musica? È la domanda che molti si fanno. Evidentemente no, poiché la loro influenza ha invaso non solo la musica, ma il costume e la politica.

Nel 1966, all’apice del loro successo, quando nei giradischi di tutto il mondo giravano in continuazione “Help”, “Yesterday” o “She loves you” e John Lennon pronunciava la famosa e contestata frase “Adesso noi siamo più popolari di Gesù: non so chi scomparirà per primo: il rock ‘n’ roll o il cristianesimo”, nelle generazioni di quell’epoca avveniva un cambiamento nel modo di vestirsi, di guardare alla guerra, forse influenzato anche e soprattutto dai quattro ragazzacci di Liverpool. Il capello tipico e la “divisa” dei Beatles iniziava a diffondersi tra i giovani, tanto che molti cantautori europei imitarono tali costumi: é il caso di Gianni Morandi, in quegli anni, allo sbocciare della sua carriera ultra-cinquantennale, più simile ad un George Harrison di casa nostra che ad un tradizionale cantante italiano. La loro influenza sul dressage li portò ad ottenere il 24 ottobre del 1965 il titolo di “Baronetti dell’Ordine dell’Impero Britannico”, per mano diretta di una giovane Elisabetta II, che venne impressionata dalla scia immensa di successo musicale e folkloristico che i quattro cantanti avevano diffuso nel mondo: dicevi Regno Unito e pensavi subito ai Beatles.

Nel successivo periodo, quello che va dall’uscita di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” al concerto sulle terrazze degli Abbey Studios del 1969, i Beatles utilizzarono molto la loro musica per criticare le scelte politiche di quell’epoca. Ricordiamo il periodo: siamo nel mezzo della Guerra Fredda che contrappone Stati Uniti ed Unione Sovietica, il Vietnam è il teatro della guerra tra i Vietcong e le forze del Vietnam del Sud e nei territori dell’Impero britannico ormai la sete d’indipendenza è alta. Celebri canzoni, come “Back in USSR”, “I wan’t you (she’s so heavy)”, “Revolution”, “All you need is Love” e “Happiness is a warm gun”, sono chiari richiami di critica alle politiche belliche statunitensi e proclami alla pace tra le nazioni, in un momento in cui la musica è la portabandiera di queste richieste. I Beatles, folgorati dai loro viaggi in Oriente, a contatto con la religione Buddhista, sviluppano una musica molto gradevole e nello stesso tempo molto incisiva per proclamare tali tesi, in pieno stile Hippy o sessantottino.

Infine, c’è da inquadrare la loro incredibile fantasia nel costruire una leggenda che li ha resi immortali e tutt’oggi discussi: quella relativa alla presunta morte di Paul McCartney nel 1966, morte rimpiazzata da un “Faul” (Fake Paul), che tutt’oggi sarebbe il Paul che vediamo nei concerti. La leggenda narra di diversi indizi disseminati negli album usciti dopo il 1966: celebre è la famosa copertina di Sgt. Pepper’s, dove di indizi se ne troverebbero a decine e nella grancassa in primo piano, sezionandola, produrrebbe l’iscrizione “I-ONE-X-HE DIE” (i numeri romani 1 e 10 sarebbero la data in cui McCartney ebbe l’incidente stradale dove trovò la morte e HE DIE).*

Personaggi poliedrici in un’epoca dove la musica diveniva sempre più complessa e dove questi quattro ragazzi riuscirono a ritagliarsi una fetta importante nel panorama, divenendo il gruppo che hanno affascinato e che continua ad affascinare ancora oggi, milioni di persone.

Giuseppe Sollami


*Per leggere di più sulla leggenda del PID (Paul is Dead), è consigliato un libro, scritto da Glauco Cartocci, dal titolo “Paul is Dead? – Il caso del doppio Beatle”, ed. Robin.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...