Una diseguaglianza economica sempre più in crescita

La dinamica della crescita della disuguaglianza non è di semplice comprensione (per quanto sia evidente) e, soprattutto fra gli economisti, vengono rintracciate diverse cause scatenanti che possono esserne responsabili da sole o con un “sapiente” intreccio. Uno degli imputati più citati al riguardo è senza dubbio la globalizzazione.

Al riguardo una delle spiegazioni più interessanti è venuta dall’economista Branko Milanovic in un rapporto per la Banca Mondiale[1] e che ha avuto un’ampia diffusione sia a livello accademico che nella divulgazione giornalistica. L’economista in questione, a seguito di una serie di raccolta di dati, ha evidenziato quelli che potremmo definire come i “vincitori” e gli “sconfitti” della globalizzazione, creando uno dei grafici più utilizzati di recente cioè il grafico ad “elefante”, riportato in basso. Dal grafico si evince che le persone che hanno avuto scarsi o nulli guadagni dalla globalizzazione appartengono ai ceti medi dei paesi occidentali o alle aree arretrate dei paesi marginali. Al contrario, chi ha guadagnato dalla globalizzazione appartiene ai nuovi ceti medi dei paesi emergenti e ai super-ricchi delle nazioni avanzate.

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La globalizzazione sembra dunque aver giocato un ruolo nel fenomeno ma, accanto ad essa, hanno giocato altri fattori più o meno collegati. Fra questi bisogna ricordare l’indebolimento delle posizioni contrattuali dei salariati, il tramonto di molte politiche di welfare pubbliche e la crescente riduzione della forza redistributiva degli stati.

Un modo diverso per osservare il fenomeno della crescita delle disuguaglianze può essere effettuato attraverso un altro grafico, derivante dal lavoro di un altro economista: Ricciuti-Borenstein[2]. Egli confronta l’andamento della produttività del lavoro e la crescita dei salari reali negli Stati Uniti.

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Come è evidente dal grafico, a partire dal 1970 circa, è presente una forte divaricazione fra i salari reali e la produttività del lavoro, sintomo di una crescita dei margini di guadagno da parte delle imprese.

A prescindere dalle cause della crescente disuguaglianza economica, la cosa che dovrebbe preoccuparci sono gli effetti economici che tale diseguaglianza produce. Il primo effetto è la crescita delle tensioni sociali all’interno dei paesi accompagnati dalla caduta dei consumi (in parte mitigata con effetti deteriori dall’indebitamento privato). La caduta dei consumi innesca di solito una spirale recessiva che, se non fermata, si auto-alimenta. Gli effetti a livello sociale possono anche essere peggiori con l’esclusione di sempre maggiori fette della popolazione dalla vita sociale e pubblica che possono bloccare del tutto il funzionamento dell’ascensore sociale, elemento alla base delle nostre socialdemocrazie. I rimedi sono essenzialmente semplici ma costosi sia economicamente che politicamente. Una serie di misure di redistribuzione della ricchezza sarebbero necessarie ma devono essere accompagnate, anche, da una ripresa delle politiche di welfare per disincagliare l’ascensore bloccato. Per attuare queste misure servirebbero governi forti ed una forte cooperazione internazionale che al momento non sembrano essere all’orizzonte.

Francesco Paolo Marco Leti


[1]  Rick Wolff (2010), “In capitalist crisis rediscovering Marx”, Socialism and democracy, 24, 130-146.

[2] Lakner, Christoph e Branko Milanović (2015), “Global income distribution: from the fall of the Berlin Wall to the Great Recession”, World Bank Economic Review, 30 (2), pp. 203-232.

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