Dai voucher al lavoro a chiamata

Il 17 marzo 2017 la Commissione Lavoro della Camera ha approvato l’eliminazione totale dei buoni lavoro accessorio (voucher) votando a favore dell’emendamento che abroga gli articoli 48, 49 e 50 del Jobs Act dedicati al lavoro accessorio relativamente a “definizione e campo di applicazione”; “disciplina del lavoro accessorio” e “coordinamento informativo a fini previdenziali”.  L’emendamento prevede anche un periodo transitorio, fino al 31 dicembre 2017, in cui si potrà continuare ad utilizzare i buoni lavoro già acquistati.

Alla fine la maggioranza parlamentare ha scelto la soluzione più drastica per affrontare la questione dei buoni lavoro e di fatto disinnescare il referendum promosso dalla CGIL per il 28 maggio 2017.

Ma cosa sono i voucher?

Sono uno strumento di pagamento in dote ai committenti per pagare le prestazioni di lavoro accessorio occasionale ai prestatori. I voucher, quindi, sono dei buoni lavoro INPS del valore nominale di 10 euro o multipli di 10, che permettono a chi li acquista di pagare la prestazione lavorativa occasionale di un lavoratore e a chi li riceve di essere pagato per l’attività lavorativa svolta e tutelato dal punto di vista del versamento dei contributi previdenziali e assicurativi.

Acquistando i voucher, pertanto, il committente risulta in regola con la legge sul lavoro italiana sia dal punto di vista del pagamento del compenso sia dei contributi INPS e della copertura assicurativa INAIL (in caso di eventuali incidenti sul lavoro occorsi al prestatore durante lo svolgimento della prestazione).

Ad esempio, ogni voucher INPS di 10 euro lordi include le seguenti trattenute:

il 13% è per i contributi INPS;

il 7% per l’INAIL;

il 5% per il compenso INPS.

Pertanto, al netto, il lavoratore percepisce 7,50 euro per ogni voucher da 10 euro.

Nel caso in cui il committente abbia bisogno, invece, di pagare un’intera giornata di lavoro, allora dovrebbe acquistare un voucher da 50 euro lordi e al lavoratore spetterebbero 37,50 euro netti oppure uno da 20 euro ed in questo caso al lavoratore spetterebbero 15 euro netti.

Negli ultimi anni sono state apportate diverse modifiche alla normativa sui voucher tra queste, le più importanti, sono:

  • l’aumento del limite di reddito per il prestatore di lavoro accessorio passato da 5.000 a 7.000 euro
  • l’estensione dell’uso dei buoni lavoro accessorio a tutti i settori e le attività ivi compresa quella agricola;
  • Aumento della platea dei prestatori es: i percettori di disoccupazione, colf, badanti, baby sitter, studenti ecc.
  • Aumento della tracciabilità dei voucher con l’obbligo per i committenti di comunicare alla sede territoriale dell’ispettorato del lavoro i dati anagrafici del lavoratore e la durata della prestazione almeno sessanta minuti prima dell’inizio dell’operazione (per i committenti che non appartengono al settore dell’agricoltura) o “con riferimento ad un arco temporale non superiore a tre giorni” (per gli imprenditori agricoli). In caso di mancata comunicazione dei dati, le sanzioni per i committenti variano dai 400 ai 2400 euro.

Con l’abolizione dei voucher, a partire dall’1 gennaio 2018, la possibilità di svolgere lavori occasionali resta affidata al “contratto a chiamata”, noto anche con il nome di “contratto a intermittenza” o “job on call”, introdotto nel 2003 ed in seguito modificato con il Jobs Act,.

Cos’è il “lavoro a chiamata”?

Come disciplinato dall’articolo 13 del decreto legislativo 81/2015, per contratto di lavoro intermittente si definisce il contratto, anche a tempo determinato, con il quale il lavoratore si mette a disposizione di un datore di lavoro che può utilizzarne “la prestazione lavorativa in modo discontinuo o intermittente, a seconda delle esigenze individuate dai contratti collettivi anche con riferimento alla possibilità di svolgere le prestazioni in periodi predeterminati nell’arco della settimana, del mese o dell’anno”.

Differenze rispetto ai voucher

Il lavoro a chiamata è un contratto vero e proprio. Prevede le ferie, la malattia, il versamento di contributi per la pensione. Resta uno strumento ad alta flessibilità ma garantisce di più il lavoratore; infatti se il dipendente supera le 400 giornate di lavoro nell’arco dei tre anni, per l’azienda scatta l’obbligo di assunzione con contratto stabile. Un obbligo che per i voucher non esisteva. Alle aziende, invece, costa di più. Se un’ora di lavoro pagata con i voucher costava all’impresa 10 euro tutto compreso, la stessa ora pagata con il lavoro a chiamata costa tra i 20 e i 25 euro. La variabilità non dipende solo dal settore, ma anche dalla cosiddetta indennità mensile di disponibilità. Il lavoratore può dichiararsi disponibile ad accettare comunque la chiamata dell’azienda salvo in presenza di malattia. In questo caso, il lavoratore ha diritto a una somma aggiuntiva, pari al 20% della busta paga.

Da chi può essere stipulato

Oggi il contratto a chiamata può essere stipulato con soggetti di età inferiore ai 24 anni, “purché le prestazioni lavorative siano svolte entro il venticinquesimo anno”, o con più di 55 anni di età. Il decreto allo studio del governo cancellerà i due limiti d’età. Il lavoro a chiamata sarà utilizzabile per tutti.

Durata

Il contratto di lavoro intermittente è ammesso, per ciascun lavoratore con il medesimo datore di lavoro, per un periodo complessivamente non superiore a 400 giornate di effettivo lavoro nell’arco di tre anni solari, ad eccezione dei settori del turismo, dei pubblici esercizi e dello spettacolo. In caso di superamento di questo periodo, si legge nel decreto, “il relativo rapporto si trasforma in un rapporto di lavoro a tempo pieno e indeterminato”.

Retribuzione

Il lavoratore assunto con contratto di lavoro intermittente deve ricevere, “per i periodi lavorati e a parità di mansioni svolte” un trattamento economico e normativo analogo a quello di un lavoratore di pari livello, anche se quest’ultimo è assunto con un contratto diverso. Lo stesso discorso vale per le ferie, per i trattamenti di malattia, infortunio, congedo di maternità e parentale.

L’abolizione dei voucher da un giorno all’altro, ha creato un vuoto normativo che il governo sta tentando di colmare in tempi brevi. E’ di questi giorni la notizia che è stata recepita la proposta di «una nuova normativa entro il 15 maggio in modo da non creare un vuoto».

Marco Morello


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