Cosa è la deflazione e perché fa male all’economia

Quella che apparentemente è una buona notizia per i consumatori italiani e cioè un aumento del potere d’acquisto, in realtà è una pessima notizia per lo stato di salute dell’economia nazionale.

Tutti i manuali di economia concordano sul fatto che una situazione inflazionistica sana per l’economia dovrebbe prevedere un tasso di inflazione prossimo al 2%. Alcuni economisti, invece, sostengono che anche un’inflazione vicina al 2% sia troppo ridotta e preferirebbero un tasso d’inflazione vicino al 4%, in particolare, per avere un margine di manovra maggiore sul tasso d’interesse applicato dalla banca centrale.

La deflazione è un processo economico che dipende sostanzialmente da un calo e rinvio dei consumi, innescando una spirale deflazionista. In sostanza, immaginate che ci sia un maglione che vi piace tanto e che questo maglione costi 40 euro. Se siete nel bel mezzo di una spirale deflazionista, o sono presenti delle aspettative di ulteriore riduzione dei prezzi, non sarebbe conveniente comprarlo ora. Un agente razionale attenderebbe il quasi certo ed ulteriore calo del prezzo. Ecco spiegato il rinvio dei consumi. Per questo le aziende saranno costrette ad adeguarsi al processo e, al fine di vendere quanto più possibile, abbasseranno i prezzi, riducendo i profitti con la conseguenza di un ulteriore aggravio della spirale.

Gli aspetti negativi della situazione sono abbastanza evidenti: il primo è il forte calo dei consumi che si riverbera sulla struttura produttiva adeguandone la produzione. Questo significa che, a fronte di un calo dei consumi, le imprese sono costrette a ridurre l’offerta dei beni e questo comporta una riduzione della manodopera occupata. I licenziamenti non fanno altro che provocare un’ulteriore riduzione dei consumi con effetti sempre più recessivi. Anche per i debitori la situazione si aggrava: mentre l’inflazione tende a ridurre in modo importante il peso del debito contratto, una situazione deflattiva al contrario aggrava il debito aumentandone le probabilità che esso non sia onorato. Alla deflazione si accompagna solitamente uno stato recessivo dell’economia o una stagnazione della crescita (situazione nella quale ci troviamo attualmente).

Come può essere risolto il problema? Il processo deflattivo è ampiamente dibattuto nella letteratura economica, e sul suo superamento, vi sono punti di vista differenti che dipendono dalle convinzioni degli autori sulle cause dell’inflazione. Al riguardo si contrappongono due scuole: una descrive l’inflazione come esogena, la seconda definisce l’inflazione come endogena. La prima sostanzialmente sostiene come essa derivi da un eccesso di offerta di moneta e che quindi con manovre di politica monetaria potrebbe essere fatta crescere o ridurre. La seconda, invece, sostiene che l’andamento inflattivo dipende dalla domanda di moneta da parte dell’economia cui la banca centrale è costretta ad adeguarsi.

Per la prima scuola, quindi, sarebbe sufficiente l’allargamento dell’offerta di moneta per fare partire l’inflazione, cioè una politica di riduzione dei tassi d’interesse. Nel caso in cui questi fossero vicini allo 0, sarebbe necessario l’uso di politiche di quantitative easing che sono uno strumento in grado di assicurare la permanenza dell’inflazione al di sopra di una certo valore – obiettivo. La seconda scuola, invece, ritiene che questa soluzione non è sufficiente, sostenendo che “il cavallo non beve” o che “non si può spingere con una corda”. Questa seconda scuola, sostiene inoltre che, per superare lo stallo, servono politiche che favoriscono la ripresa dei consumi, politiche che stimolino la domanda. Bisogna sperare che qualcosa sia fatta a breve onde evitare di trovarci in una trappola di liquidità simile a quella giapponese che perdura dall’inizio degli anni novanta.

Francesco Paolo Marco Leti


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