Il Lingotto di Renzi: impossessarsi delle origini del Pd per riaffermare la propria leadership

Partire dalle origini per rilanciare la propria immagine da leader, da qualche tempo stropicciata da inchieste familiari (Consip), polemiche partitiche (con la minoranza dem e non solo) e da fallimenti politici (referendum del 4 dicembre). Tutto questo è stata la tre giorni al Lingotto di Torino, da cui è iniziata ufficialmente la campagna congressuale di Matteo Renzi. «La partita inizia adesso» ha avvisato l’ex premier dal palco della kermesse nel discorso di chiusura, proseguendo sulla falsa riga della strategia comunicativa adottata dal post referendum. Accantonata l’idea dell’uomo solo al comando, Matteo Renzi è ripartito dal “noi” e più precisamente dal «senza io non c’è noi».

A cui è seguito «il partito ha bisogno di più leader», che è sembrata una sorta di chiamata alle armi ai componenti più rilevanti del mondo renziano. I ministri Maurizio Martina, Marco Minniti, Dario Franceschini, Graziano Delrio, Gian Carlo Padoan e ancora i fedelissimi Orsini, Rosato, Ermini e via dicendo. Senza dimenticare il premier Paolo Gentiloni, il cui legame con Renzi appare quanto mai solido, a dispetto delle indiscrezioni su screzi e gelosie dopo l’avvicendamento a Palazzo Chigi.

Tutti a fianco insomma del Renzi segretario, il quale partendo dal Lingotto ha rivendicato l’eredità del Pd che fu di Veltroni e che proprio su quel palco trovò realizzazione. Non un caso, quindi, che Renzi abbia deciso di iniziare da lì la propria campagna congressuale. Un atto di forza quello dell’ex premier, che impossessandosi di una parte della storia del Pd intende rilanciare la propria immagine. Scacciando tutte le accuse che lo avevanoindicato come l’autore della distruzione del partito. Non senza malumori, specie di chi quella fase l’ha vissuta in prima persona, e che per ragioni di posizionamento congressuale a questa kermesse non ha partecipato. Così come Renzi ha voluto difendere la propria appartenenza al mondo della sinistra. Una sinistra che non può essere più solo «salire su un palco con il pugno chiuso e Bandiera rossa», chiaro riferimento ai vari transfughi come Rossi e Speranza, piuttosto parlare con gli “ultimi”, investire in scienza, istruzione, legalità e garantismo.

Le parole e la strategia di Renzi mirano, insomma, a cavalcare l’ambizione di un partito che deve e vuole essere «motore del cambiamento dell’Italia».Un concetto centrale questo nel Renzi-pensiero che lo contraddistingue, di fatto, da quello dei suoi contendenti alla segreteria, Orlando e Emiliano. Bisogna tornare a dettare l’agenda dell’Italia, da capo del partito, ma anche e soprattutto da candidato premier. L’uno non esclude l’altro per Renzi, anzi. Sarebbe preferibile che coincidesse.

Mario Montalbano


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