Politica siciliana, “sberla” del Mediterraneo

Era il 1097, quando a Mazara del Vallo Ruggero I convocò il primo parlamento siciliano, composto dai tre poteri che allora capeggiavano nella perla del Mediterraneo: il Feudale, composto dai grandi signori della terra, l’Ecclesiastico e il Demaniale, che corrispondeva all’odierna assemblea dei Sindaci. Da allora un susseguirsi di grandi dominazioni che legiferarono e governarono la nostra terra fino all’Unità d’Italia. Nel 1947 quindi la creazione dell’ARS, acronimo di Assemblea Regionale Siciliana. Essa è la prima assemblea legislativa elettiva regionale riunitasi in Italia dopo la fine della seconda guerra mondiale, con prima seduta il 25 maggio 1947.

Oggi, la storia gloriosa di quello che fu un grande parlamento, lascia spazio ad un’assemblea dove il clientelismo e la scarsa attenzione verso i problemi di una terra bisognosa di sviluppo la fanno da padroni all’interno di sala d’Ercole. Una Regione, dove 5 milioni di persone devono sobbarcarsi circa 7,5 miliardi di Euro di debito, è il segnale che la politica non svolge correttamente il proprio mandato. Imbarazzante constatare come l’enorme mole di fondi provenienti dall’Unione Europea (circa 5 miliardi di Euro) nella maggior parte dei casi finiscano per tornare indietro, poiché i progetti sono di scarso sviluppo economico o perché i fondi vengono distribuiti “ad ombrello”, per favorire questo o quell’altro ente e per il mantenimento della base di consenso.

Mentre la Polonia, con i nostri stessi fondi, costruisce quel sistema di autostrade noto come corridoio Danzica-Berlino, quasi interamente costruito da aziende italiane, noi oggi ci ritroviamo ad avere il sistema infrastrutturale peggiore di tutto il meridione d’Europa: ferrovie scarse o inesistenti, autostrade ridotte a meri cumuli di cemento depotenziato e bitume vecchio, un sistema infrastrutturale secondario completamente azzerato, quasi fossimo una regione proveniente da un recente dopoguerra; si stima che la percorrenza da Palermo a Catania sia la stessa impiegata dai nostri connazionali per viaggiare da Roma a Milano.

I settori agricolo e turistico funzionano a singhiozzo. In una regione dove agricoltura e turismo potrebbero essere i soli volani dello sviluppo economico regionale, ci ritroviamo un sistema agricolo prevalentemente piccolo e scarsamente produttivo e con i prodotti di ottima qualità che la nostra terra produce, ridotti a merce da taglio per i grossi carichi che arrivano dall’estero. Il settore turistico, salvo qualche sito di mondiale importanza (Valle dei Templi, teatro Greco di Taormina, la villa del Casale e ultimamente il percorso normanno di Palermo), rimane tutto immerso nell’oblio: oggi forse un siciliano su tre è conoscenza della Dea di Morgantina, esposta al museo di Aidone, del “tempietto fittile” esposto al museo archeologico di Caltanissetta e dei numerosi siti sicani e siculi sparsi per il territorio.

Tutto ciò perché la classe politica, negli ultimi 35 anni di governo, non è riuscita ad innestare la marcia della valorizzazione del bello che c’è in Sicilia, di ciò che sappiamo fare bene in Sicilia, di quello che fa muovere la Sicilia, ossia: Infrastrutture, Agricoltura e Turismo.

La politica siciliana ha pensato solamente alle scadenze elettorali, alle presidenze di commissione e ai giochi politici, tutto a spese di noi siciliani, riducendo quella che poteva divenire la “Rurh del Mediterraneo” ad “Aleppo d’Europa”.

Un’altra tornata elettorale si avvicina. Quella prevista per il prossimo autunno si potrebbe ricordare come la prima conquista regionale del Movimento 5 Stelle, ad oggi additati dai rumors come i vincitori delle prossime regionali siciliane, a scapito di forze politiche che si frammentano, si ricompattano, nella sola speranza di avere quei seggi necessari per imprimere l’ostruzionismo giusto per garantirsi la sedia riscaldata per altri cinque anni.

Spiace vedere numerosi giovani muovere i propri passi fuori dalla terra d’origine: si sa, il siciliano fuori “spacca” e ovunque si metta in gioco, fa successo. Mi piacerebbe vedere il successo prodotto qui nella nostra terra, divenuta ormai uno stipendificio ed una terra per soli vecchi.

Che siano Arabi, Normanni, Borboni o Italiani, noi siciliani siamo e saremo sempre gli stessi: governati dal clientelismo e dal baronaggio. Speriamo in tempi migliori.

Giuseppe Sollami


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