Euro Irrevocabile?

Le recenti tornate elettorali internazionali, siano esse referendarie o politiche, e l’anno elettorale convulso che attende i principali paesi europei sembra avere messo nuovamente sul banco degli imputati la moneta unica. Il punto che ha suscitato maggiori discussioni riguarda la sua “irrevocabilità”, la possibilità cioè di abbandonare l’eurozona.

Nonostante diverse dichiarazioni, la più autorevole delle quali è stata quella del Presidente della BCE, hanno spinto nel considerare l’euro come intangibile, la realtà è ben diversa: non solo l’euro non è irrevocabile, ma si potrebbe abbandonare o essere costretti ad abbandonarlo. La realtà di questi mesi offre la presenza di diverse forze politiche “populiste”, o definite tali, che propugnano, nei loro programmi, l’abbandono della moneta comune e un ritorno alla moneta nazionale. La presenza di queste forze politiche comincia a mostrare degli effetti sui mercati finanziari: il nuovo allargamento sui differenziali dei titoli sovrani (anche di paesi come la Francia) può essere spiegato in questo modo.

Quello che preme sottolineare è come, per quanto la moneta unica non sia irrevocabile, il ritorno alla valuta nazionale avrebbe un costo per l’economia del paese uscente, specialmente nel caso in cui la moneta unica sopravvivesse all’abbandono di tale paese. Bisogna dire che, il costo dell’abbandono della moneta unica varia in base all’economista di riferimento. Molti economisti, infatti, sottolineano timori nei confronti della ridenominazione del debito pubblico, suggerendo che potremmo essere costretti a pagarlo in valuta estera e cioè in euro. Altri, invece, indicano nell’esplosione dell’inflazione uno dei costi legati alla svalutazione della nuova moneta, altri ancora indicano nel crollo della credibilità del paese una delle cause di un suo possibile isolamento finanziario. Ovviamente vi sono altri economisti che smentiscono i timori dei colleghi ed indicano nella ripresa del controllo monetario (e della Banca Centrale Nazionale) una delle chiavi di volta per la ripresa della crescita e dello sviluppo, attraverso lo strumento delle svalutazioni competitive. Il costo certo dell’abbandono della moneta comune riguarda il sistema di pagamento “target2”. Come ha ben chiarito il Presidente Draghi, qualunque paese intendesse abbandonare l’eurosistema incorrerebbe nell’obbligo di ripianare i propri debiti verso la BCE. Attualmente, nel flusso del target2, il nostro paese si trova in una situazione debitoria che ammonta a circa 360 miliardi di euro, in base ai calcoli di novembre. Questa cifra probabilmente si è allargata negli ultimi mesi a causa del massiccio deflusso di capitali in corso dal nostro paese e anche a causa del programma di acquisto titoli messo in campo dalla BCE (quantitative easing). Nessun vincolo politico/economico può obbligare un paese a mantenere una moneta. La storia dimostra come alla base di una moneta vi sia una volontà politica nella sua istituzione e difesa, in assenza della quale, le monete scompaiono e vengono sostituite. Il legame indissolubile fra moneta e volontà politica è ben semplificato dalla presenza su uno dei lati della moneta della faccia del sovrano in carica (o del suo predecessore) quasi a volerne caricare ulteriormente una legittimazione e una garanzia per l’utilizzatore. Quello che sembra mancare nell’euro è proprio la componente di legittimazione politica, il simbolo che la moneta dovrebbe avere di un  progetto federale che non è stato compiuto.

L’euro appare uno strumento tecnico orfano, non una moneta comune ma una moneta senza patria alle spalle, un simbolo di quello che sarebbe potuto essere, ma che probabilmente non sarà.

Francesco Paolo Marco Leti


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