Il flop della Francia

Sono andata a Parigi la prima volta nel 2009, romanticamente la immaginavo un po’ come la descriveva Hemingway nella sua opera Festa mobile, piena di intellettuali che sgomitano per far valere la propria creatività a suon di bicchieri di whiskey. Immaginavo di vedere pittori ad ogni angolo e sognavo di ripercorrere con l’immaginazione gli eventi storici che avevano reso glorioso l’Arc du trionphe. Volevo salire i gradini della torre più famosa del mondo e passeggiare per gli Chaps Elysées immaginando di essere Maria Antonietta e sognare di prendere, come lei, lezioni di musica al Grand Hôtel de Crillon. I miei sogni svanirono fin da subito quando arrivata a Parigi scoprii che avrei avuto bisogno di un viaggio nel tempo per rivivere la generazione perduta, come in Midnight in Paris di  Woody Allen .

La creme brûlee, il vino, le crepes e gli artisti di Place des arts tuttavia riuscirono a non farmi perdere l’entusiasmo di essere in una delle più belle capitali europee. Il clima era sereno, il mio unico timore era di non riuscire a fare entrare in valigia tutte le prelibatezze e i souvenir che avevo raccolto in una settimana.

Con il passare degli anni i miei viaggi a Parigi sono divenuti annuali grazie alle molteplici amicizie instaurate in Francia nel corso dei miei soggiorni di studio all’estero. Tutti i viaggi erano piacevoli e sereni poi è iniziato il 2015, l’anno più nefasto della storia contemporanea francese.

7 gennaio 2015; la sede di Charlie Hebdo sotto attacco. Nell’attentato muoiono dodici persone.

La Francia si paralizza, l’Europa comincia a tremare e a piangere tuttavia nessuno immaginava che a distanza di soli dieci mesi, il 13-novembre dello stesso anno sarebbero stati presi di mira il teatro Bataclan, lo Stade de France e altri tre ristoranti parigini, in cui hanno trovato la morte 130 persone.

Mi trovavo a Bruxelles quella notte di novembre, vedevo le immagini sui tg di ogni locale, in Belgio si cominciava a vociferare che gli attacchi erano partiti proprio dal cuore dell’Europa. Stava per iniziare il 2016 nessuno credeva che la Francia potesse dover piangere altri morti, ma arrivato giugno tutti siamo rimasti a bocca aperta. Davanti gli schermi, la Strage di Nizza sulla Promenade des Anglais con 87 morti e 302 feriti, l’ultima ferita francese fino ad ora.

Ero a Parigi a Natale, nel dicembre 2015. La città era affollata. I controlli di sicurezza erano ovunque. Nei negozi, nei musei, nei monumenti. Per salire sulla terrazza della Cattedrale di Notre Dame ho atteso cinque lunghe ore. La situazione mi è parsa insostenibile. La famiglia francese da cui ero ospite, aveva la medesima opinione; ringraziava di abitare nella periferia di Parigi per due motivi fondamentali: da una parte la vita al centro era divenuta infernale per i controlli in tutti i luoghi pubblici, dall’altra, nonostante l’enorme mole di soldati e poliziotti sparsi in giro per Parigi,  nessuno si sentiva più al sicuro. Parlando al bar con una ragazza, mi disse che era come se la Francia avesse una ferita aperta non cicatrizzata, vulnerabile ad altri colpi e sempre pronta a sanguinare.  Tuttavia gli attentati erano appena avvenuti e il sentimento generale era influenzato da un forte senso di incertezza. Dopo più di un anno dall’ultimo attacco e alla luce dei nuovi colpi inferti alla Germania sono tornata ad intervistare un mio caro amico parigino e gli ho chiesto di descrivermi un po’  che aria si respira a Parigi. Il ragazzo intervistato ha 32 e si chiama Hadrien C. Riporto di seguito l’intervista:

S: Ciao Hadrien C., ho temuto per te l’anno scorso, mentre apprendevo dai tg che vi era stato l’attentato al Bataclan, ricordi progettavi di venirmi a trovare a Bruxelles un weekend, tutto è saltato in seguito agli attentati, ci racconti dove ti trovavi?

H: Ciao Simona, è vero in quei giorni progettavo di venire a Bruxelles tuttavia riguardo agli attentati, io ero lontano dal centro. Quella sera ero con amici vicino casa mia. Io vivo in periferia. La periferia è meno controllata rispetto al centro ma qui io mi sento più al sicuro.

S: Ti va di darci una tua breve opinione riguardo gli attentati alla Francia?

H: Credo che sia triste e totalmente folle, ma la vivo come una fisiologica conseguenza della nostra società. Gli attentati a parer mio rientrano nelle logiche del nostro sistema. È un gioco di azioni e reazioni.

S: Temi che possa essere colpita nuovamente la Francia?

H: Sì, certamente. Credo possa accadere di nuovo, è ciò che avviene ogni giorno in parecchie città. Ovviamente spero di no, la Francia ha già versato parecchie lacrime.

S: Cosa ne pensi della sicurezza in Francia? Credi che si poteva fare di meglio?

H: Io non credo che parlando di attentati bisogna mettere l’accento sul sistema di sicurezza. La sicurezza non è un concetto a sé stante, la sicurezza è il prodotto della politica e dell’economia. Se c’è un problema è lì che bisogna puntare i riflettori. La sicurezza funziona quando deve funzionare, è cieca quando deve esserlo.  Da anni Parigi vive una condizione di difficoltà di integrazione con i giovani, a peggiorare la situazione vi è la recessione economica, la disoccupazione.

S: La tua vita è cambiata dopo gli attentati?  

H: Come ti dicevo prima secondo me non si tratta di sicurezza pertanto mi sento uguale a prima, forse solo un po’ sotto shock. La mia vita però non è cambiata. Secondo me non è aumentato il senso di insicurezza legato a livello di allerta ma è cambiato il senso di insicurezza rispetto alla vicinanza con l’altro.

S: Puoi spiegarti meglio?

H: Certamente, in altre parole ciò che vedo crescere è il livello di intolleranza. A crescere è la paura dell’altro. Vedo molta gente estremista e se c’è una cosa che mi fa paura è proprio questo. La gente ha iniziato un atteggiamento di accusa nei confronti dell’altro in generale. Si è diffusa l’idea che la colpa è da qualche parte fuori dalla Francia, la colpa è del musulmano, dello straniero. Io penso che questo atteggiamento di accusa non è una buona cosa. Direi che non siamo sotto attacco ma siamo sotto accusa capisci che intendo?

S: Sì, credo di capire.

Dopo aver ringraziato Hadrien, ho riflettuto molto su ciò che mi aveva risposto e soprattutto sul suo modo di spostare l’attenzione su un piano prettamente sociale, tutti i giornali parlano di aumentare la sicurezza, di tenere alto lo stato di allerta, ma le parole di Hadrien mi hanno fatto riflettere molto su come gli attentati hanno influenzato il piano umano. Le parole di Hadrien, a parer mio, aprono una grande questione alla quale lascio rispondere il lettore: è forse giunto il momento di cominciare a parlare di “multiculturalismo fallito”?

Simona Di Gregorio


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