La Corte Suprema rallenta il percorso della Brexit

Aveva ragione quel comitato di cittadini guidato dalla donna d’affari Gina Miller. La Brexit, e quindi l’attivazione dell’art. 50 del Trattato di Lisbona, dovrà esser autorizzata da un voto del Parlamento di Westminster. A ribadirlo la Corte Suprema di Londra che ha rigettato il ricorso presentato dal governo di Theresa May contro il primo giudizio dell’Alta Corte. Una sentenza che è giunta a una settimana precisa dalle parole pronunciate dal premier britannico dal palco del Lancaster House di Londra. «Non vogliamo più essere membri del mercato unico europeo», aveva ribadito con fermezza la May, rompendo gli indugi e sbattendo a suo modo i pugni sul tavolo delle trattative con l’Unione Europea.

Andando a ritroso, le parole della May suonano come un azzardo. O da un altro punto di vista, una strategia comunicativa d’attacco, quasi a mettere le mani avanti prima che la sentenza potesse riaccendere gli animi europeisti. A ben pensare, si potrebbe trattare, invece, di un semplice intralcio. In fondo, la Suprema Corte non si è espressa sulla Brexit in sé, ma sulla procedura più idonea da seguire. Certo, la May non avrà fatto i salti di gioia. Il Parlamento britannico sembra diviso sulla fuoriuscita dall’Ue, con una leggera prevalenza di chi ha spinto per rimanere.  Ma, resta una certezza, il risultato del 23 giugno, che seppur meno netto di quanto si pensi, parla comunque chiaro.

E difficilmente i parlamentari, conservatori e laburisti che siano, sconfesseranno l’esito della consultazione popolare. Sarebbe un segnale altamente pericoloso che aprirebbe le porte ovviamente a scenari inimmaginabili dal punto di vista sociale. Che accadrà quindi? Se la Brexit non può essere messa in discussione, diverso è il discorso relativi ai tempi e alle modalità. Specie se realmente troveranno conferma le intenzioni di Theresa May di procedere verso un’“hard Brexit”. In questo senso, vanno valutate le pressioni provenienti dagli ambienti della City of London. Più di un’azienda, infatti, ha minacciato la fuga dalla capitale britannica con tutto quello che ne comporterebbe dal lato occupazionale. Plausibile così che il Parlamento possa fungere da controllore del negoziato, indirizzando il governo stesso della May verso un accordo meno pretenzioso e unilaterale con l’Unione europea. Siamo nel campo delle mere ipotesi ovviamente. Nelle varie dichiarazioni dei componenti del governo britannico, tra l’altro, non sembrano comunque emergere ripensamenti. Il che aprirebbe un altro scenario, l’eventualità di un voto anticipato per rimescolare le carte del Parlamento. Una possibilità sempre smentita finora, ma nel futuro chissà.

Mario Montalbano


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