J’accuse par Emile Zola: quando, come e perché

Di Francesco Polizzotto – Col titolo di “J’accuse” è nota la requisitoria scritta da Émile Zola e pubblicata sulla prima pagina de “L’Aurore” il 13 gennaio 1898. L’invettiva, proposta in forma di lettera aperta al Presidente della Repubblica francese Félix Faure, concerne il cosiddetto “Affaire Dreyfus”, lo scandalo che travolse il capitano dell’esercito francese Alfred Dreyfus. La questione divenne un vero e proprio caso di Stato, finendo per spaccare l’intera popolazione francese in dreyfusards ed antidreyfusards.

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Nel 1894, Dreyfus, capitano dell’esercito francese ed ebreo d’origine, in servizio presso il ministero della guerra, fu accusato di aver rivelato informazioni segrete all’Impero tedesco. Dopo un giudizio sommario, Dreyfus venne condannato alla deportazione a vita sull’isola di Caienna. L’Affaire si sgonfiò negli anni seguenti e Dreyfus verrà reintegrato nelle fila dell’esercito francese.

Con il suo celebre editoriale, Zola scuote l’opinione pubblica, difendendo Dreyfus da ogni sorta di accusa e contrattaccando a sua volta le alte gerarchie militari, ree di aver confezionato delle prove false ai danni del capitano ebreo. Il suo vibrante appello rappresentò una strenua difesa di quei valori di libertà ed indipendenza nei confronti del potere. Zola fu condannato ad un anno di carcere ed a tremila franchi di ammenda per vilipendio delle forze armate; la lettera aperta al presidente Félix Faure provocò comunque la riapertura del caso. L’Affaire si risolse soltanto il 12 luglio 1906 (quando Zola era già morto da quasi quattro anni) con la revoca della sentenza di condanna di Dreyfus, a seguito della quale il capitano venne reintegrato nell’esercito.

La locuzione «j’accuse» è entrata nell’uso corrente della lingua italiana, per riferirsi ad un’azione di denuncia pubblica nei confronti di un sopruso o di un’ingiustizia. Si propone di seguito, in traduzione italiana, uno stralcio del testo della lettera aperta di Émile Zola al Presidente della Repubblica Francese Félix Faure.

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“ …poiché è stato osato, oserò anche io. La verità la dirò io, poiché ho promesso di dirla, se la giustizia regolarmente osservata non la proclamasse interamente. Il mio dovere è di parlare, non voglio essere complice. Le mie notti sarebbero abitate dallo spirito dell’uomo innocente che espia laggiù nella più spaventosa delle torture un crimine che non ha commesso. Ed è a Voi signor presidente, che io griderò questa verità, con tutta la forza della mia rivolta di uomo onesto. In nome del Vostro onore, sono convinto che la ignoriate. E a chi dunque denuncerò se non a Voi, primo magistrato del paese? Per prima cosa, la verità sul processo e sulla condanna di Dreyfus. Dichiaro semplicemente che il comandante del Paty di Clam incaricato di istruire la causa Dreyfus, come ufficiale giudiziario nel seguire l’ordine delle date e delle responsabilità, è il primo colpevole del terribile errore giudiziario che è stato commesso… Accuso il luogotenente colonnello del Paty di Clam di essere stato l’operaio diabolico dell’errore giudiziario, in incoscienza, io lo voglio credere, e di aver in seguito difeso la sua opera nociva, da tre anni, con le macchinazioni più irragionevoli e più colpevoli. Accuso il generale Mercier di essersi reso complice, almeno per debolezza di spirito, di una delle più grandi iniquità del secolo. Accuso il generale Billot di aver avuto tra le mani le prove certe dell’innocenza di Dreyfus e di averle soffocate, di essersi reso colpevole di questo crimine di lesa umanità e di lesa giustizia, per uno scopo politico e per salvare lo stato maggiore compromesso. Accuso il generale de Boisdeffre ed il generale Gonse di essersi resi complici dello stesso crimine, uno certamente per passione clericale, l’altro forse con questo spirito di corpo che fa degli uffici della guerra l’arcata santa, inattaccabile. Accuso il generale De Pellieux ed il comandante Ravary di avere fatto un’indagine scellerata, intendendo con ciò un’indagine della parzialità più enorme, di cui abbiamo nella relazione del secondo un imperituro monumento di ingenua audacia. Accuso i tre esperti in scrittura i signori Belhomme, Varinard e Couard, di avere presentato relazioni menzognere e fraudolente, a meno che un esame medico non li dichiari affetti da una malattia della vista e del giudizio. Accuso gli uffici della guerra di avere condotto nella stampa, particolarmente nell’Eclair e nell’Eco di Parigi, una campagna abominevole, per smarrire l’opinione pubblica e coprire il loro difetto. Accuso infine il primo consiglio di guerra di aver violato il diritto, condannando un accusato su una parte rimasta segreta, ed io accuso il secondo consiglio di guerra di aver coperto quest’illegalità per ordine, commettendo a sua volta il crimine giuridico di liberare consapevolmente un colpevole. Formulando queste accuse, non ignoro che mi metto sotto il tiro degli articoli 30 e 31 della legge sulla stampa del 29 luglio 1881, che punisce le offese di diffamazione. Ed è volontariamente che mi espongo. Quanto alla gente che accuso, non li conosco, non li ho mai visti, non ho contro di loro né rancore né odio. Sono per me solo entità, spiriti di malcostume sociale. E l’atto che io compio non è che un mezzo rivoluzionario per accelerare l’esplosione della verità e della giustizia. Ho soltanto una passione, quella della luce, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicità. La mia protesta infiammata non è che il grido della mia anima. Che si osi dunque portarmi in assise e che l’indagine abbia luogo al più presto. Aspetto. Vogliate gradire, signor presidente, l’assicurazione del mio profondo rispetto”.

La lezione di Émile Zola la si può rileggere anche a distanza di anni, la si può adattare ai tempi ed ai contesti più differenti, ma resterà sempre un accorato grido di libertà e di ricerca della verità.


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