Caro Indro, caro Silvio: la rottura tra Berlusconi e Montanelli (parte seconda)

Dopo la prima puntata di ieri, abbiamo deciso di raccontare questa seconda puntata facendo riferimento ancora una volta direttamente alle parole di Indro Montanelli. Ogni ulteriore commento o considerazione potrebbero apparire superflui ed in ogni caso di scarsa rilevanza. Lasciamo quindi a Voi Lettori la possibilità di capirne di più, proprio rileggendo la versione dei fatti dalla viva voce del protagonista.

Questo è l’ultimo articolo che compare a mia firma sul giornale da me fondato e diretto per vent’anni. Per vent’anni esso è stato – i miei compagni di lavoro possono testimoniarlo – la mia passione, il mio orgoglio, il mio tormento, la mia vita…  Sento di dovere dare una spiegazione ai lettori ai quali mi ero impegnato a restare al mio posto “finché morte sopravvenga”… Sia chiara una cosa: nessuno mi ha scacciato. Sono io che mi ritiro per una di quelle situazioni d’incompatibilità, di cui i lettori avranno preso atto dallo scambio di lettere, da noi pubblicate ieri, fra me e l’editore. Di questo editore, ne ho conosciuti due. Uno è stato l’amico che mi venne incontro nel momento in cui tutti mi voltavano le spalle; che non si è mai avvalso di questo titolo di credito per limitare la mia indipendenza; che ha sempre mostrato nei miei confronti un rispetto confinante e talvolta sconfinante nella deferenza. Eppoi ne ho conosciuto un altro: quello che, tramutatosi in capopartito, ha cercato di ridurre il “Giornale” ad organo di questo partito, suggerendogli non soltanto le posizioni da prendere – e sulle quali non c’erano in fondo grosse divergenze – ma perfino il linguaggio da usare; e che, a lasciarlo fare, avrebbe finito per impormi anche la divisa del suo partito, il suo look. Tralascio le rappresaglie contro la mia renitenza all’arruolamento, come gli attacchi dei suoi Grisi televisivi alla mia persona. Ma non posso sorvolare sull’ultima e più grave provocazione: la promessa alla redazione, alla mia redazione, di cospicui benefici se si fosse adeguata ai suoi gusti e desideri, cioè se si fosse ribellata ai miei. A questo punto non avevo più scelta: o rassegnarmi a diventare il megafono di Berlusconi o andarmene. Me ne vado, ma non senza avvertire i lettori che manterrò l’impegno preso con loro. Fra poche settimane essi riavranno il loro giornale, fatto dagli stessi uomini del “Giornale”, illustrato dalle stesse firme e nutrito delle stesse idee del “Giornale”. Con qualche difetto – speriamo – in meno, ma una cosa in più, di cui l’esperienza mi ha dimostrato l’assoluta necessità: un assetto azionario che mi garantisca l’incondizionata indipendenza. Anche i lettori potranno parteciparvi (e mi auguro che siano tanti) sia pure con quote piccole o minime. Della nostra linea non abbiamo da cambiare una virgola. Nemmeno i nostri amici politici si facciano illusioni. Noi potremo appoggiare l’uno o l’altro a seconda che si schierino sulle nostre posizioni liberaldemocratiche, ma mai noi su quelle loro, e tanto meno a scatola chiusa. Nelle nostre pagine si respirerà, come sempre, il più grande rispetto per le Istituzioni, ma mai l’odore del Palazzo, da chiunque abitato. Quanto a Berlusconi, nessun rancore ci farà velo. Gli abbiamo detto – e confermiamo – che il suo massiccio e rumoroso intervento nell’arena elettorale non gioverà, secondo noi, né alla causa per la quale egli pensa di battersi, e di cui temiamo che frazionerà ancora di più le forze, né per i suoi propri interessi. I fatti diranno se avevamo ragione o torto. Se avevamo torto, lo riconosceremo lealmente. Se avevamo ragione, fingeremo di essercene dimenticati.  A presto, dunque, cari lettori. Anche a costo di ridurlo, per i primi numeri, a poche pagine, riavrete il nostro e vostro giornale. Si chiamerà “la Voce”, in ricordo di quella del mio vecchio maestro – di libertà e indipendenza – Prezzolini.

Indro Montanelli, 12 Gennaio 1994

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Ciccio Polizzotto, Direttore di “Eco Internazionale”


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