Trump presidente: cosa attendersi per l’America e non solo

L’elezione di Donald Trump ha rappresentato un’autentica sorpresa. Adesso a distanza di due settimane, ci si chiede quali possano essere gli effetti per gli Stati Uniti d’America, ma soprattutto per il resto del mondo. 

 “Make America great again”, parola di Trump

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Nel corso di tutta la campagna elettorale, dalle primarie alla contesa finale con Hillary Clinton, il nuovo presidente americano, Donald Trump ha fatto parlare di sé per le proposte avanzate sulle varie tematiche. Esteri certo, ma in particolare sulle soluzioni da adottare in politica interna a problemi come fisco, sanità e immigrazione.

Fisco: Meno per le imprese, dal 35% al 15%, per rendere gli Stati Uniti d’America maggiormente competitive per gli investimenti esteri. In ambito fiscale, Trump ha promesso anche nuove aliquote per le classi medie: dalle sette attuali alle tre, da 12%, 25% e 33%, volte all’accrescimento dei consumi degli americani.

Sanità: tutto ruota attorno al discusso Obamacare, la riforma voluta dall’ex ormai presidente americano che ha dato copertura sanitaria a 13 milioni di americani in un anno e mezzo. Trump lo ha fortemente contestato nel corso della sua campagna elettorale. Anche se nelle prime interviste non ha rigettato la possibilità di mantenerlo in parte, apponendo solo delle modifiche.

Giustizia: alla Corte Suprema il nuovo presidente nominerà uno o due giudici contrari all’aborto. Questa è una delle decisioni su cui Trump è stato “costretto” a ripiegare per avvicinare i consensi delle posizioni più religiose dei repubblicani.

Immigrazione: il “Make America great again” è diventato “Make America safe again” durante la Convention repubblicana in cui Trump ha ricevuto l’ufficiale nomination per la Casa Bianca. Ma come intende Trump rendere più sicura gli Stati Uniti d’America? Il tycoon ha già tenuto a ribadire che il contestato muro con il Messico si costruirà. Così come Trump ha confermato l’intenzione di espellere tutti i migranti irregolari, specie quelli con precedenti penali, lasciando aperta una possibilità solo per chi lavora e dà una mano all’economia americana.

 E se Trump accelerasse il progetto di una difesa comune europea?

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Com’era logico attendersi la vittoria di Trump ha suscitato reazioni contrastanti tra i leader europei. Al netto del “collaboriamo”, non si può certo dire che l’accoglienza sia stata delle più calorose. Il timore europeo è di subire indirettamente il contraccolpo delle decisioni che verranno prese da Washington.

Non tanto a livello economico. Il commercio Usa-Europa, tra i più significativi del globo, difficilmente potrà avere delle conseguenze negative. E per quanto riguarda l’approvazione del Ttip, di certo l’avvento di Trump non facilita le cose, ma di per sé l’accordo commerciale sta incontrando molte resistenze dagli stessi paesi europei.

Di diverso tono sono le preoccupazioni relative alla politica estera, soprattutto in tema di difesa. In campagna elettorale, Trump aveva promesso di ripensare al contributo americano nella Nato. Parole che avevano messo in allarme i leader europei, che sulla difesa hanno sempre gelosamente voluto mantenere le proprie prerogative. E una delle ragioni per cui qualsiasi progetto su una comune difesa europea fosse fallito, era appunto l’esistenza della Nato.

Molti paesi, tra cui il Regno Unito, hanno sempre parlato del rischio di creare un “doppione”. Chissà che adesso con l’elezione di Trump qualcosa non cambi. Non tanto verso il progetto di un esercito comune, un’autentica chimera fin dai tempi della Ced. Piuttosto sarebbe auspicabile che dall’incertezza sul ruolo degli Usa di Trump nella Nato, l’Europa traesse il necessario spunto per accelerare in direzione di una politica comune. Il che permetterebbe all’Unione Europea di staccarsi dalle decisioni americane, ed elevarsi realmente ad attore autonomo.

Trump e i diversi nodi da sciogliere in Medio Oriente

Anche il Medio Oriente, così come il resto del mondo, è stato colto impreparato dall’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti d’America e le reazioni sulla stampa araba sono state le più disparate. In maggioranza i commentatori si sono espressi negativamente definendolo Islamofobo, populista e amico di Putin, una vera e propria maledizione, ma c’è anche chi guarda al neopresidente da un’altra prospettiva.

«È un razzista, destrorso, disprezza e molesta le donne, odia l’islam e i musulmani, vuole chiudere il confine con il Messico e l’America latina? E’ una sorpresa? Questo – dice Abdel al Bari Atun, direttore del sito web panarabo al Rai al Youm – non è ciò che è arrivato a noi attraverso i carri armati i missili e ucciso di milioni di noi», e aggiunge «Trump piace a Vladimir Putin e questo non è un demerito, né un peccato». Tirando le fila del discorso, la Clinton non piaceva a nessuno, forse solo ai sauditi, e una possibile intesa con il Cremlino potrebbe finalmente allentare le tensioni in tutta la fascia mediorientale.

Certo, il tycoon avrà un bel da fare, il dossier mediorientale è senza dubbio tra i più complessi e contraddittori, basti pensare a Israele, Siria, Egitto, Libia, Iran, Arabia Saudita e Turchia, e alle alleanze variabili di questi paesi con la Russia. Le dichiarazioni di Trump, durante la campagna elettorale, sono state abbastanza confuse, forse più slogan elettorali che idee chiare su come agire sui quei fronti, ma certamente, seppur in misura minore rispetto a quello che aveva annunciato, Trump dovrà riorganizzare la sua politica estera.

Andiamo per ordine. Innanzitutto Israele: messo un po’ in secondo piano da Barack Obama, Trump potrebbe riportare i rapporti con Netanyahu in auge. Del resto uno dei più stretti consiglieri di The Donald, Jason Greenblatt, ha detto alla Radio militare israeliana che il presidente eletto «non vede negli insediamenti un ostacolo alla pace». Lo stesso Trump aveva proposto lo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, anche se, secondo alcuni commentatori, questa rimarrà solo una boutade elettorale.

Sul conflitto siriano Trump vede come prioritaria la lotta all’Is piuttosto che la destituzione di Bashar al Assad e questo potrebbe permettere un accordo con Putin e porrebbe fine al sostegno ai ribelli fin ora foraggiati tramite l’Arabia Saudita. Nonostante il cambio di strategia in Siria e i rapporti tesi con Riad, l’alleanza storica con i sauditi subirà grandi scossoni. La realpolitik prevarrà e i dollari e il petrolio lubrificheranno e appianeranno i dissidi.

Altro capitolo scottante è l’Iran e l’accordo sul nucleare. Trump vorrebbe rivedere il Piano d’azione congiunto globale (Jcpoa), che limita il programma nucleare iraniano a sole attività civili in cambio di una riduzione delle sanzioni. Anche in questo caso, anche se il neopresidente dovesse mantenersi su una linea dura, si scontrerebbe probabilmente con la riluttanza degli altri partner europei che dovrebbero rinunciare alla prospettiva di importanti investimenti per ricontrattare le sanzioni.

Nuova frontiera dei rapporti Usa-Russia?

Dopo l’elezione di Donald Trump alla Presidenza degli Stati Uniti la questione che più agita gli analisti e le cancellerie mondiali è una: come cambieranno i rapporti tra Usa e Russia?

Già durante la campagna elettorale statunitense il Presidente Putin più che un convitato di pietra è stato è propria presenza. Più volte tirato in ballo, dal un lato accusato dalla Clinton di essere l’artefice dell’hackeraggio al sistema informatico dei Democratici, dall’altro Trump si è espresso con apprezzamenti circa la sua capacità di leadership.

All’indomani delle elezioni che hanno regalato la vittoria a Trump il Cremlino si è subito congratulato con il neopresidente e ha annunciato: «sarà un cammino lungo e difficile, ma faremo di tutto per far tornare buoni i rapporti con gli Stati Uniti» a tutto vantaggio del popolo russo, americano e con un «impatto positivo sul clima globale e sulla stabilità mondiale».

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Il murale del bacio tra Trump e Putin a Vilnius, in Lituania (PETRAS MALUKAS/AFP/Getty Images)

Certo, tra dire e il fare c’è di mezzo il mare, di tante cose aveva parlato Trump in campagna elettorale, da un possibile riconoscimento dell’annessione della Crimea e un allentamento delle sanzioni economiche alla Russia ad una riduzione dell’assistenza militare della Nato. Tutti temi cari a Putin che chiaramente per alcuni aspetti è certamente più vicino al neo presidente rispetto a quanto lo sarebbe stato alla sua rivale Hillary Clinton. Nonostante ciò i due sono due personaggi ben diversi e c’è da scommetterci che Putin, da uomo politico di lungo corso quale è, studierà bene il nuovo inquilino della Casa Bianca. Alcuni analisti, infatti, tendono a sottolineare come, sebbene la propaganda russa abbia fatto il tifo per Trump, con la sua presidenza ci si avventuri in terre sconosciute. Per Putin la Clinton, benché decisamente ostile nei suoi confronti, sarebbe stata un’avversaria conosciuta, dalle mosse prevedibili, una riconferma dell’establishment che tutto sommato è stata anche funzionale al Cremlino. Del resto l’antiamericanismo a cui attribuire tutti i mali del mondo è uno degli elementi fondanti del successo e della forza di Putin.

Mario Montalbano & Antinea Pasta


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