Tredici anni dopo Nassiriya

Erano le 10:40, le 8:40 in Italia. Un normalissimo mercoledì di novembre alla “Base Maestrale” di Nasiriya, Iraq, sede dell’MSU (Multinational Specialized Unit). L’unità appartenente all’Arma dei Carabinieri operava sul territorio iracheno da pochi mesi e la sua presenza in medio oriente era prevista dall’operazione Antica Babilonia, svolgendo compiti di polizia militare. Nell’operazione di peacekeeping furono impiegati più di 3 mila uomini delle forze armate, 400 erano carabinieri.

Ad un certo punto, un camion cisterna pieno di esplosivo inizia la sua folle corsa in direzione della porta carraia della base. Il carabiniere di guardia, Andrea Filippa, aprì il fuoco riuscendo ad uccidere i due attentatori all’interno del mezzo ma il camion, ormai fuori controllo, impatta contro il cancello coinvolgendo anche il deposito delle munizioni.

L’esplosione distrusse gran parte di uno dei due edifici presenti all’interno della base colpendo parte della sede del comando. L’altra sede del contingente italiano, “Base Libeccio“, era distante poche centinaia di metri dalla prima e venne danneggiata anch’essa dall’esplosione.

Il bilancio fu devastante: 28 morti, dei quali 19 italiani (12 carabinieri, 5 militari e 2 civili), più di 50 i feriti.

I caduti appartenevano a vari reparti dell’Arma dei Carabinieri territoriale: 13° Reggimento di Gorizia, 7° Reggimento Trentino-Alto Adige di Laives, Reggimento San Marco, Brigata Folgore, 66° Reggimento fanteria aeromobile “Trieste”, Reggimento Savoia cavalleria, Reggimento Trasimeno. Morti anche appartenenti alla Brigata Sassari dell’Esercito che stavano scortando la troupe cinematografica e 3 militari del 6° Reggimento trasporti della brigata logistica di proiezione.

A seguito dell’attentato furono aperte due inchieste. La prima fu avviata proprio dalle autorità militari; fu fatto tutto il necessario per prevenire l’attacco? L’Esercito sostenne che la sistemazione della base nel centro città e l’assenza di un percorso obbligato a zig-zag per entrare all’interno di essa è stato sicuramente un errore. L’Arma, dal canto suo, sostenne che furono prese tutte le giuste precauzioni. La “Base Maestrale” fu scelta come obiettivo in quanto si trovava lungo una strada principale che non poteva essere chiusa.

Con la seconda inchiesta, aperta dalla procura di Roma, si cercò di individuare gli autori del gesto. Le ricerche non furono del tutto facili dato che bisognava lavorare su un territorio straniero in cui le condizioni non sono stabili. L’unica certezza emersa dall’indagine è che a scoppiare è stato un camion cisterna con 150–300 kg di tritolo mescolato a liquido infiammabile. I comandanti militari italiani inizialmente coinvolti nell’inchiesta sono stati tutti assolti con formula piena.

In patria la notizia portò sgomento; l’allora Comandante Generale dell’Arma Guido Bellini, quando ricevette la notizia della tragedia, commentò: “È come se avessi perso i miei figli. Non uno dei nostri ragazzi ha chiesto di rientrare. Anzi, abbiamo un elenco lungo così di richieste per partire”.

Circa 50.000 cittadini presero parte, fra le note del Silenzio, ai solenni funerali che si svolsero a Roma. Nei giorni seguenti, si affacciarono dai balconi e dalle finestre, in tutta Italia, moltissime bandiere tricolori. Una forte testimonianza di rispetto nei confronti della divisa, del lavoro svolto anche all’estero e vicinanza alle famiglie di quei padri, mariti, fratelli e figli caduti quel 12 novembre. 

Sicuramente un quadro più decoroso rispetto a chi, ancora oggi, imbratta i muri con frasi come “10, 100, 1000 Nassiriya”.

Marco Tronci


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