Una grande America di nuovo: il pagellone dei protagonisti

La prova finale è arrivata, le pagelle sono state appese alla pubblica bacheca. Qualcuno ha meritato, alcuni hanno copiato spudoratamente dal compagnetto di classe, altri belli preparati si sono fatti prendere dall’emozione e hanno fatto scena muta, quelli più convinti hanno preso una batosta clamorosa, i più deprimenti non si sono neanche presentati all’appello. L’America chiama: non alle armi con il ditone puntato sottocitato I want you! – o forse sì? – ma alla guida di un Paese composto da cinquanta Paesi e cento divergenze. I voti agli attori principali di questi mesi infuocati di campagna elettorale:

Donald Trump. I giornali contro, le diverse emittenti ostili e una stampa internazionale simpaticona non lo hanno fermato. Il personaggio era quello di cui avevano bisogno gli Statunitensi. La presidenza è tutta sua: seggi chiusi, bocche aperte. Gli arrabbiati con la Bibbia sotto un braccio e il fucile sotto l’altro aspettavano da tempo di uscire di casa, stavolta non per andare a caccia, ma per votare un degno rappresentante della voglia di cambiamento – o meglio di ritrovo di uno status quo di piacevole e proficuo isolamento. Anti-moderno e sfrontato, Trump ha convinto una grossa fetta del Popolo a stelle e strisce con la sua voglia di prendere a pugni la mediocrità degli ultimi otto anni democratici per dichiarare un nuovo “Independence Day”. Sette

Hillary Clinton. Compostezza e moderazione – e qualcosa da nascondere sotto il caschetto biondo – non sono piaciuti. Tutti (ma proprio tutti), dal cartaceo alle statistiche, dai talk show ai telegiornali, insomma tutte le manifestazioni mediatiche di informazione erano a favore della prima presidente statunitense donna. Eppure non è stato abbindolato nessuno tranne i cari vecchi sostenitori di Obama e qualche altro democratico che però si è scordato di andare ad esprimere il proprio voto, considerato inutile per quelle stesse maledette previsioni. L’alta finanza vicina, il fascino del record al femminile, il mito americano di una talentuosa avvocata, la difesa dei più deboli: tutte storielle veramente poco interessanti, o rese troppo ripetitive e noiose. Cinque

Barack Obama. Il rassicurante tepore della Casa Bianca si è di colpo trasformato in un gelido orgoglio americano teso a riunire intorno al nuovo Presidente – da Gennaio, sia chiaro – tutto un popolo spaccato in fazioni too early to call, ancora agitate dal tifo e dalle sparatorie. Obama conclude il suo secondo mandato come il vecchio saggio che deve lasciare il testimone con amarezza a quel “soggetto pericoloso” rappresentato da Trump. Il suo sostegno all’amica Hillary significa da solo quanto aiuto avesse bisogno la candidata democratica per conquistare l’elettorato. Con onore, ha tentato fino alla fine di ridicolizzare il tycoon e tenere alta la Clinton. Sette

Michelle Obama. Commovente. Sul serio, senza sarcasmi. Il primo congedo ufficiale in occasione dell’ultimo comizio elettorale democratico ha emozionato gli americani e ricevuto cuoricini da ogni direzione. Chiamata in causa come futura sfidante per la Casa Bianca senza neanche aver chiuso la bara della Clinton, l’ex First Lady dichiarava orgogliosa la sicura presidenza democratica, profetica: Hillary è di fatto diventata “Presidente degli Stati Uniti Dimenticati”. Sei

Melania Trump. Fermate quel pappagallo… ehm, quella donna! Qualcuno avrebbe potuto urlare durante il suo discorso palesemente “ispirato” (per usare un eufemismo) a quello di Michelle Obama, consegnatogli dallo staff che si occupa(va) delle relazioni col pubblico. Donna silente e plastica – senza nessun riferimento a cose – che ha parlato una volta e male. Quattro

Bernie Sanders. Chi? Tornata la memoria, tutti si ricordano di lui come l’uomo davvero capace di traghettare i democratici verso la terza presidenza consecutiva, il salvatore dell’onore di questa giovane America progressista e dilaniata da forti scontri interni, il caro vecchietto ringraziato per il notevole intervento alla conferenza e messo a sedere all’ultima fila con tante pacche sulle spalle lungo il malinconico percorso. Avversario inaspettatamente ostico per la Clinton alle primarie, ma capace di risultare meno calcolatore e più “sinceramente di sinistra”. Scaricato. Sei

Il Partito Repubblicano. Ma questi qui sono realmente riusciti a portare sul “tetto del mondo” il loro ricco, ricchissimo candidato rovinandogli gran parte della campagna elettorale? Sarebbero stati pronti a pugnalarlo alle spalle al momento giusto, in caso di decisione per mano del Congresso, ignari che quell’America incazzata non si sarebbe dissolta come per magia in caso di vittoria democratica. Quell’America repubblicana che senza paura – o meglio, dichiarando blu invece che rosso per paura di essere presi per razzisti, xenofobi e violenti – ha scelto il candidato “anti-sistema” senza voltarsi indietro (almeno, non subito dietro ma agli anni Sessanta sì!). Quattro

La stampa americana. Ma cosa avranno messo su? Chi li ha pagati per scrivere tante favole? Hanno lavorato giornalisti in tutto il mondo, e gli informati hanno creduto – o sono stati influenzati – dall’1% dei dati riportati nelle principali testate. E’ il segnale che l’Informazione ha toppato alla grande nel tipico ruolo di “formatrice di opinione pubblica” e per questo di certo non dobbiamo disperarci. A volte serve anche osservare come la massa da sola – che, come recita Alfredo in Nuovo Cinema Paradiso, “non ragiona” – si esprime anche e soprattutto ignorando accuse e ideologie, chiedendo spregiudicatezza, azione, fatti e… una “Grande America Di Nuovo”. Quattro

Daniele Monteleone


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