Elezioni Usa, ha vinto l’altra America

Un solo uomo al comando. È Donald Trump, che si prende l’America, ma soprattutto la Casa Bianca. Un successo persino largo nei numeri, non tanto in quelli dei grandi elettori, quanto nelle percentuali generali. Per intenderci le stesse che alla vigilia sembravano premiare Hillary Clinton. È stata una notte lunga e trepidante. Il testa a testa ha resistito fino alle prime ore del mattino, quando Donald Trump ha cominciato a prendere il largo. Florida, Ohio, North Carolina, stati considerati swing, in bilico, e che inesorabilmente venivano conquistate dal tycoon.

Era l’inizio della rivoluzione, come è stata ribattezzata, che piano piano si andava allargando a macchia d’olio. Da lì, quello che appariva per molti quasi per tutti un’impresa oltre ogni immaginazione, è cominciata a diventare realtà assai concreta. A mente fredda, però, tutt’altro che inaspettata. I primissimi dati degli spogli elettorali, infatti, lasciavano presagire segnali incontrovertibili a favore di The Donald. A conferma delle sensazioni emerse nelle ultime settimane, negli ultimi giorni e anche nelle ultime ore della vigilia.

Solo contro tutti e tutto. Stampa, sondaggi, analisti, democratici, gran parte del mondo occidentale, e perfino contro l’intero establishment del suo partito, i repubblicani, mai pienamente a supporto del proprio candidato. È stata una rivoluzione vera e propria, che è partita dal basso, da quella parte d’America delusa, arrabbiata e desiderosa di scompaginare le carte politiche. Bianchi, giovani e anziani, afferenti al mondo operaio, o meglio dire la middle class statunitense. Questo è stato il motore del successo di Trump, ossia le persone che hanno subito maggiormente le pieghe della crisi economica e che non hanno ancora visto gli effetti della decantata ripartenza degli Stati Uniti d’America del periodo di Barack Obama. Il Sud ma anche le zone centrali del continente, tutte diventate terreno fertile per i discorsi spiccioli e assai populistici di Donald Trump. Tasse, emarginazione, recupero dell’identità americana, sicurezza contro immigrati e terroristi. Insomma tutto quello che rientrava sotto il “Make America great again”, urlato in ogni comizio, e che ha finito per convincere di più di qualsiasi altro discorso della Clinton.

Già Hillary. La vera sconfitta di questa battaglia. Era stata designata da tutti come la prima presidente donna degli Stati Uniti d’America. Ultima tappa di una carriera che l’ha vista first lady, senatrice, e poi segretario di Stato. Eppure non è bastato. A bocce ferme, è stata la candidata avversaria ideale per l’empatico Trump. Poco carismatica, troppo appartenente e inquadrabile all’interno del mondo dei colletti bianchi di Wall Street. Un fattore che ha influito eccome nelle dinamiche elettorali. Acuito dallo scandalo emailgate, anche se sarebbe riduttivo dare ulteriore peso a questa vicenda e alle polemiche sterili derivate con l’Fbi. Ha prevalso semmai il sentimento contro ciò che ha rappresentato e rappresenta Hillary Clinton e gran parte dell’establishment democratico.

L’America ha deciso di ripartire dagli anni precedenti al 2008, anno che sembrava aver cambiato completamente gli scenari futuri del paese e persino del mondo intero. “Chiunque vorrà vincere negli States dovrà per forza conquistare la fiducia delle minoranze etniche e donne”, l’analisi degli addetti ai lavori. E così sembrava dover essere anche per queste elezioni in nome della prosecuzione degli anni presidenziali di Obama e del suo multiculturalismo. E la Clinton appariva forse avvantaggiata, assegnandole a priori i voti che avevano trascinato a suo tempo Barack Obama, specie degli afroamericani e dei millenials, ossia i giovani nati del 2000. E invece no. A fronte di una maggioranza bianca che ha votato compatta Donald Trump, l’elettorato democratico ha mantenuto fede alle proprie indecisioni, forse segnato dalle scorie delle primarie e dei sotterfugi a danno di Sanders. E lo stesso dicasi per le minoranze e per il mondo femminile. Il risultato americano oscura gli ultimi otto anni di presidenza, fatti all’insegna del multiculturalismo, del dialogo con il mondo islamico, dei provvedimenti innovati in campo sanitario e sociale. Tutto scacciato via in maniera netta e decisa. O per altro verso, non hanno convinto i democratici a dar fiducia a Hillary Clinton per una loro prosecuzione. Un dato che andrà analizzato, ma che già adesso a suo modo mette in discussione l’eredità reale e innovativa, da tutti affibbiata agli anni presidenza Obama.

A margine e a conclusione di questa notte e dell’intero election day americano, si scorge l’ennesimo fallimento degli analisti e dei sondaggisti. Difficile credere che sia sempre frutto del caso e degli eventi straordinari. A ben vedere, sembra esser la normale conseguenza di un atteggiamento preliminare, quasi di voluto controllo della situazione e dei dati che verranno. E che non spinge oltre ai numeri e percentuali che emergono dai grandi centri e dalle grandi realtà. Un po’ come accaduto con la Brexit. Non è stata Londra ad essere decisiva, né tanto meno New York o Washington, piuttosto le periferie quelle più dislocate e abbandonate. E che tramite il voto hanno voluto ricordare che esistono e che pretendono attenzione. Quella che ancora non gli è stata data e chissà se gliene daremo mai.

Mario Montalbano


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