Anche se cade la capitale del Califfato, non sarà vittoria

Uno dei territori iracheni più vasti sotto il controllo dell’autoproclamato Stato Islamico, l’area metropolitana di Mosul, sta subendo da settimane l’offensiva militare della coalizione internazionale. Qui è stato in qualche modo celebrato il Califfato con la proclamazione al mondo da una delle moschee della Città. L’importanza di questo territorio è sì strategica ma anche e soprattutto simbolica. E’ evidente: non sarà ceduta facilmente.

Domenica 16 Ottobre è a tutti gli effetti iniziata la battaglia per riconquistare la città ormai da oltre due anni nelle mani dell’Isis. Sembra che un manipolo di combattenti stia faticosamente resistendo – e dalle ultimissime notizie si evince un cedimento periferico – a una intera corazzata guidata dalle contraddizioni più che da un fronte coeso ideologicamente. Si tratta prima di tutto dell’esercito regolare iracheno e le sue forze speciali, affiancato dalle milizie sponsorizzate Iran e dai peshmerga del Kurdistan iracheno. Questo fronte d’attacco multilaterale – e fortemente eterogeneo – che sta da giorni circondando il territorio di Mosul gode inoltre del sostegno militare aereo statunitense. Si prospettano altre settimane di acceso conflitto tra i due schieramenti. Non si esclude il subentro di al Qaeda nel periodo immediatamente successivo all’abbandono dei fratellastri dell’Isis, visto il successo di questa “sostituzione”, per esempio a Derna in Libia.

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Nel vivo degli scontri di questi quindici giorni: i peshmerga hanno preso il controllo di diverse zone a Est di Mosul che fino a pochi giorni fa risultavano sotto il controllo dallo Stato Islamico. La battaglia sta continuando principalmente proprio su questo lato della città. I territori conquistati dai Curdi passano alla gestione delle forze speciali irachene, la “Golden Division” addestrata dagli Stati Uniti. Si tratta della divisione armata irachena più professionale e più affidabile per la strategia americana. La Golden Division – glorificata per patriottismo ed eroismo bellico – è svincolata dal diretto comando del Ministero della Difesa e dipende solo dagli ordini del Primo Ministro iracheno. Quest’ultimo è un ulteriore aspetto complesso in vista della futura amministrazione dei territori riconquistati. Da Sud intanto avanza l’esercito regolare iracheno reso più vulnerabile dal difficoltoso appoggio aereo. I combattenti Isis stanno infatti dando alle fiamme diversi pozzi di petrolio per diminuire sensibilmente la visibilità aerea.

Ci sono problematiche connesse a questi scontri, alcune tristemente ovvie e altre più indirette: la scia di morte che i “conquistatori” islamisti lasciano dietro di sé, di città in città, di fuga in fuga da territori ridotti in rovine dalle offensive della coalizione, spesso vede coinvolti dei civili tenuti in ostaggio e utilizzati come scudi umani; lo spostamento in grandi quantità di profughi arabi dai territori devastati verso le altre città è motivo di timore – soprattutto per le popolazioni curde ospitanti – per la possibilità che tra questa gente migrante si nasconda qualche “terrorista non dichiarato” o simpatizzante per lo Stato Islamico; la continua dimostrazione di forza dell’Isis – che nel frattempo cede in altre roccaforti – si manifesta con improvvisi attacchi in altre località vicine, ogni volta mietendo decine di vittime civili (vedi a Kirkuk una settimana fa).

La risposta dello Stato Islamico a Mosul è piuttosto organizzata. Abbiamo citato l’attacco lampo a Kirkuk da parte di miliziani e attentatori suicidi che hanno preso di mira gli edifici di amministrazione e della polizia. Continuo e forte è lo spirito propagandistico e il richiamo alla lotta di quello che possiamo definire l’ islamismo latente all’interno di alcune sacche delle comunità cittadine in Iraq. L’attacco è stato respinto ma ha fatto confluire forze utili dal conflitto di Mosul verso Kirkuk, mossa utile all’indebolimento temporaneo dell’offensiva della coalizione. La rete di tunnel sotterranei è inoltre molto estesa e ben fornita di scorte alimentari: un sistema che farebbe pensare a rifugi dai bombardamenti (e dagli avvistamenti) aerei nonostante la ramificazione di questi passaggi segreti – anche se alcuni di questi sono stati scoperti nella periferia – sia sfruttata per attacchi a sorpresa contro i militari iracheni.

Il momento più complicato dello scontro deve ancora arrivare. Sarà il conflitto in pieno centro abitato che risulterà decisivo per la riconquista da parte della coalizione, ma soprattutto potrebbe essere il momento più delicato e pericoloso per i civili rimasti ostaggio dei miliziani Isis. La guerriglia urbana, come ampiamente testimoniato da numerosi altri conflitti simili a questo, potrebbe richiedere molte più energie e risorse (elementi che i combattenti islamisti sembrano avere in buon rifornimento!) di quelle che sono attualmente previste. Il “trionfo scontato” non vuol dire ottenere una vittoria su tutti i fronti: l’ultima battaglia vinta a Manbij contro lo Stato Islamico è comunque durata 71 giorni di morte e sofferenza per le popolazioni coinvolte. E Mosul è quasi dieci volte più grande della cittadina siriana. Inoltre, come già accennato, la continua fuga dei miliziani Isis sta favorendo il ritorno sulla scena di al Qaeda, grande organizzazione già in grado di amministrare vasti territori. Un risvolto ancora non del tutto al centro dell’attenzione internazionale.

Daniele Monteleone


 

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