Evan McMullin, lo sconosciuto aspirante alla presidenza USA

Il quarantenne dello Utah, Evan McMullin, è il protagonista della statistica del momento che sta agitando grandi testate e talk show impegnati tra centinaia di calcoli per eccitare il dibattito pubblico americano – peraltro già abbondantemente reso spettacolare dalle dichiarazioni dei due super sfidanti per la Casa Bianca. La domanda non è perché? (interrogativa alla quale abbiamo appena risposto sottolineando quel clamore mediatico così importante per rendere le elezioni statunitensi interessanti, quanto meno per gli stessi americani), ma chi è?

Il mormone cittadino dello Utah, nato a Provo nel 1976, è un candidato indipendente saltato alla ribalta solo nel mese di Agosto, mese in cui qualche importante giornale ha deciso di dedicargli almeno una paginetta tra i due big Donald Trump e Hillary Clinton. Per intenderci, non è appoggiato da nessun partito tradizionale, Repubblicani o Conservatori, e per il suo tardivo ingresso nella competizione politica paga lo svantaggio di apparire – o meglio, fare la sua timida comparsa – solo tra le proposte di alcuni dei cinquanta Stati. McMullin, ex agente della CIA approdato in politica con la cravatta non ancora del tutto a posto, si sta giocando un’importante occasione per strappare al limite la vittoria in uno degli stati federati, lo Utah, il suo (e quale altrimenti?). Proprio qui, con Trump la sfida è apertissima visto il gap minimo tra i due – in particolare 30% per il tycoon e 29% per l’ex agente segreto. Non è tanto la comparsa di una fastidiosa pulce in grado di conquistarsi il Popolo americano quella che si profila, ma una cavillo tecnico – dalle scarsissime probabilità di realizzazione – che potrebbe portare McMullin alla presidenza degli Stati Uniti.

Il candidato indipendente, originario, cresciuto e attualmente ancora nello Utah, godrebbe di ampio consenso nella comunità – in linea teorica – vista la tradizione repubblicana dello stato che da cinquant’anni preferisce (indirettamente) candidati presidenti di Destra. Un dato su tutti che da’ una certa misura del potenziale successo è la quantità di mormoni nello Utah: il 60% della popolazione circa. Questa religione da più di un secolo è la confessione prevalente all’interno dello Stato. Una rapida ascesa al successo, quella di McMullin, che in tre mesi ha racimolato, punto dopo punto, una percentuale di tutto rispetto ed oltre ogni aspettativa, ma anche grazie a una congiuntura favorevole.

La seconda domanda è come? (e possibilmente con molta enfasi). Considerata l’infelice situazione di Trump, in generale dopo i dibattiti televisivi e tra gli stessi Repubblicani, McMullin da sempre fedele a quelle idee tipiche dei conservatori – dall’aborto alle scuole private – ha potuto solo strappare voti e ottenere il favore della numerosa popolazione dello Utah. E probabilmente continuerà a crescere nei sondaggi grazie alla sua onestà politica e alla sua “pubblica coerenza”.

Nell’intero livello nazionale McMullin perde in partenza ogni confronto e tutti i numeri sono naturalmente a suo sfavore, ma c’è un dettaglio delle elezioni americane che potrebbero rendere lo show ancora più avvincente, una previsione assurda e assieme razionale: McMullin vince nello Utah e ottiene tutti e sei gli elettori dello Stato, nessuno dei due big ottiene i 270 “grandi elettori” (la maggioranza) necessari a ottenere l’office, e la presidenza degli Stati Uniti viene decisa dalla Camera dei Deputati tra i tre candidati di più rilevante successo, con il Senato incaricato di nominare il vicepresidente tra i due vicepresidenti candidati più forti. Un quadro apocalittico che forse non rende abbastanza la stravaganza dell’eventualità elettorale. In poche parole, il crescente successo del candidato mormone può farlo entrare nel più complesso gioco di potere della presidenza, a danno di Trump, non proprio amato – per usare un eufemismo – dai “suoi” compagni di partito. E infine, continuando a immaginare, l’indipendente potrebbe anche essere scelto.

E’ evidente come questi scenari siano molto fantasiosi, se pensiamo che l’ultimo candidato indipendente a conquistare i grandi elettori di una comunità (e quindi un intero stato) è stato Wallace in Alabama nel 1968, periodo nel quale fu necessaria una campagna elettorale fortemente razzista per ottenere voti solidi e fedelissimi. Eppure, a questa tornata elettorale, un titolo utile per qualche esaltante prima pagina potrebbe ispirarsi a quel “Sognando la California” che cantavano i Mamas & Papas proprio alla fine degli anni Sessanta: Evan McMullin, Utah Dreamin’.

Daniele Monteleone


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