L’ultimo code talker

Joe Hosteen Kellwood, uno degli ultimi “code talker” Navajo impiegati durante la seconda guerra mondiale, è morto lo scorso 5 settembre, all’età di 95 anni, al Veterans Hospital di Phoenix. Durante la guerra ha servito nella prima divisione dei Marines, combattendo nel Pacifico, più precisamente a Cape Gloucester, Peleliu e Okinawa.

Nato a Steamboat Canyon, in Arizona, nel 1921, da ragazzino fu più volte ripreso a scuola per aver osato parlare la lingua natia Navajo, poiché la scuola che frequentava nella riserva dell’Arizona pretendeva che gli studenti parlassero solo l’inglese. Ma le sue capacità linguistiche si sarebbero poi rivelate indispensabili per gli Stati Uniti durante la guerra.

Kellwood si arruolò dopo aver letto gli sforzi delle truppe americane nella battaglia di Guadalcanal. Servì il paese come “code talker” Navajo fino al termine della guerra nel ’45.
Al momento dell’arruolamento non aveva idea circa l’esistenza di questo reparto visto che si trattava di un programma segreto. Infatti, ai code talkers di ritorno dalla guerra fu severamente vietato raccontare qualsiasi cosa avessero fatto durante il servizio militare e di cosa si occupassero.

Il termine code talker (in italiano: “parlante in codice”) è un usato in lingua inglese per descrivere una persona che parla usando un linguaggio codificato. E’ quasi esclusivamente usato per indicare i 400 nativi americani che prestarono servizio come Marines degli Stati Uniti, il cui lavoro principale era trasmettere messaggi tattici segreti. I code talker trasmettevano questi messaggi attraverso reti telefoniche o radio, usando codici linguistici sviluppati sulle loro lingue native. Il loro impiego incrementò le comunicazioni in termini di velocità di criptazione su entrambe le sponde delle linee operative dei fronti della seconda guerra mondiale. La maggior parte degli speaker era di origine Navajo, reclutati specialmente durante la seconda guerra mondiale dai Marines per servire nella guerra del Pacifico. I code talker, tuttavia, ebbero come pionieri del loro campo gli indiani Choctawimpiegati durante la prima guerra mondiale e chiamati Choctaw code talker.

Il governatore dell’Arizona, Doug Ducey, nel ricordare il veterano lo ha definito “un eroe e un patriota. Kellwood servì con distinzione nel 1° Marine come code talker per aiutare le forze alleate nella vittoria durante il conflitto. Non dimenticheremo mai gli innumerevoli contributi che i nativi hanno fatto per il nostro stato e il nostro paese”.

Perché le autorità militari scelsero proprio la lingua Navajo come linguaggio in codice?
Le sue qualità di sintassi e tonali erano quasi impossibili da imparare per un non-Navajo ed era priva di forma scritta. 
L’utilizzo del codice sorprese i giapponesi, che prima di allora avevano decifrato con successo i codici utilizzati dall’esercito statunitense. Sarà lo stesso capo dell’intelligence giapponese, il tenente generale Seizo Arisue, ad ammettere di non essere mai stato in grado di decifrare il codice Navajo usato dai Marines.

Dopo il congedo, Kellwood si stabilì a Sunnyslope, in Arizona. Passò parte del suo tempo accanto a suo fratello maggiore, Roy Kellwood, anch’egli veterano della seconda guerra mondiale. Kellwood è scomparso appena tre giorni dopo suo fratello Roy, morto all’età di 101 anni.

“Erano guerrieri Navajo”, ha detto il nipote Roy Kellwood Jr. “Hanno difeso il paese, non solo per gli Stati Uniti, ma per la nazione e il popolo Navajo”.

Joe H. Kellwood sarà sepolto presso il National Memorial Cemetery of Arizona.

Francesco Tronci


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