“L’Italia tra berlusconismo e renzismo”

Di Francesco Polizzotto – Il nostro Paese sta attraversando una crisi politico-istituzionale per certi aspetti peggiore di quella degli anni di Tangentopoli, continua a presentare un quadro economico critico ed un tessuto sociale lacerato. Con questa situazione interna ed al cospetto di scenari internazionali instabili e caotici, il Bel Paese sta vivendo il passaggio dal berlusconismo al renzismo. Tocca ai politologi, agli analisti politici, ai giornalisti, valutarne analogie e differenze, cause e conseguenze.

Le categorie di Destra e di Sinistra (intese à la Bobbio) nell’Italia postunitaria sono sempre state atipiche, molto diverse se confrontate con quelle inglesi o francesi o tedesche. Dalla Destra e Sinistra storiche al ventennio fascista, dalla Prima alla Seconda Repubblica, il nostro sistema di partiti non è mai stato lineare né maturo.

Il berlusconismo, durato dal 1994 al 2013, ha segnato l’aggregazione delle forze di centro-destra come alternativa a quelle di centro-sinistra, piattaforme entrambe venutesi a creare a seguito del crollo del regime partitocratico repubblicano. Al netto dei giudizi di merito sull’esperienza politica del Cavaliere, dal punto di vista sistemico la sua “discesa in campo” ha posto le condizioni per lo sdoganamento della destra post-fascista e ha polarizzato la contesa elettorale, spaccando gli italiani in berlusconiani ed anti-berlusconiani.

Il renzismo sta invece dividendo trasversalmente entrambi gli schieramenti del vecchio schema bipolare (oggi diventato comunque tripolare). A Sinistra si è palesata una scissione politico-culturale tra un’anima socialdemocratica ed una massimalista, mentre a Destra si stanno allontanando in maniera sempre più profonda liberali e conservatori. Questa doppia frattura la si può registrare sia sui vari provvedimenti legislativi (dal jobs act alle unioni civili) che sul progetto di riforma costituzionale.

Su questo rendez-vous, vero spartiacque per il destino del premier e del suo governo, si sta consumando il 90% dell’agone politico odierno. A prescindere dalla personalizzazione del referendum, prima dichiarata e poi rigettata dallo stesso premier, è evidente quanto la posta in palio del 4 dicembre prossimo sarà alta. Sarebbe comunque opportuno evitare di ingigantirla oltremodo, nell’uno e nell’altro fronte. Il 5 dicembre l’Italia sarà un Paese molto simile a quello del 3 dicembre, sia che a prevalere dovessero essere i sia nel caso di vittoria del No. Evitiamo quindi i catastrofismi, invocati dall’una e dall’altra schiera nel tentativo di convincere gli elettori indecisi. Nessuno spauracchio Brexit aleggia sullo stivale in caso di successo del No, nessuna deriva autoritaria se verrà confermato l’impianto del Ddl Boschi.

Ho sempre provato a persuadere gli italiani che a cambiar le cose non bastano cambiamenti di Costituzioni, di leggi, di “regole”, e nemmeno di regimi, se prima non cambiamo gli italiani, cioè noi stessi, creandoci una coscienza nazionale e civile che ci chiami quotidianamente e senza intermediari a risponderle delle nostre azioni. Le nostre classi dirigenti, la nostra cultura, la nostra scuola, perfino la nostra famiglia non hanno fatto nulla per coltivare in noi questa coscienza, forse anche per renderci la vita più facile, in quanto la coscienza è, per chi ce l’ha, il più scomodo dei giudici, l’unico che non possiamo ingannare. Ma è anche il solo che fa di un uomo un vero uomo, di un cittadino un vero cittadino, di un soldato un vero soldato. Finché questo manca, é inutile cambiare regimi, Costituzioni, leggi e regole: troveremo sempre il modo di aggirarle.” (Indro Montanelli).


 

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