I fratelli Borgese | prima parte: il letterato autore di Rubè (1921)

Giuseppe Antonio Borgese (1882 – 1952) rappresenta con il suo lavoro più significativo un periodo storico di particolare inquietudine, al nascere del fascismo. Borgese parla di questo tempo turbolento attraverso il personaggio della crisi dei valori: Filippo Rubè, uno dei ritratti più influenti e importanti dell’intera narrativa italiana. La considerazione attuale dell’autore, non al pari di altri grandi personalità – oggi studiate per fama più che per contenuti – non gli rende giustizia.

L’autore, nato a Polizzi Generosa ed emigrato in Nord Italia per frequentare l’Istituto di Studi Superiori di Firenze, vive un periodo di acceso nazionalismo a sostegno dell’entrata in guerra, intraprende diverse collaborazioni con grandi testate giornalistiche da corrispondente e svolge una serie di impegni diplomatici con altre rappresentanze territoriali confinanti con l’Italia per la causa antiasbrugica. Defilatosi successivamente dalla vita politica in seguito all’estromissione dal quotidiano Il Corriere della Sera per motivi ideologici (collegati al tentativo di Borgese di costruire una piattaforma di trattativa che permettesse la formazione di un grande stato slavo – di fatto sarà la Iugoslavia – tanto osteggiato dai delusi della “vittoria mutilata”) ottenne la cattedra di estetica e storia della critica a Milano. Sarà in questo contesto che scriverà di Filippo Rubè, un romanzo così vero che solo successivamente sarebbe stato molto apprezzato dalla critica – nonostante i pareri già positivi di alcuni autorevoli contemporanei.

Rubè – il titolo dell’opera – racconta di un giovane avvocato siciliano, che non avverte l’ambiente circostante, il piccolo paese di Calinni in Sicilia dove vive, all’altezza delle sue possibilità e stimolante per un “personaggio” come lui. Per questo disagio cerca gloria fuori da questa realtà opprimente e inadatta. Trova il suo habitat nella Capitale, e sarà qui che entrerà in collaborazione con un noto avvocato romano, con cui lavorerà in uno studio privato. All’orizzonte sopraggiunge la Grande Guerra, per il Rubè un’occasione di riscatto e rinvigorimento dal torpore che lo avvolgeva nella sua modesta, seppur sicura, sistemazione. Lui, interventista convinto, non perde questo treno e si arruola come volontario nell’Esercito italiano. Rimasto deluso dal Conflitto, per risultati personali e per le motivazioni mancanti “nel profondo del cuore” dei soldati, sarà progressivamente demolito da dolorose sconfitte emotive, dal fallimento matrimoniale alla morte della compagna e amante, annegata durante una gita in barca. Tenterà senza successo di tornare nel paese natio per l’insoddisfazione crescente anche lontano da casa. Amara è anche la sua fine, e paradossale per certi aspetti: finirà ucciso a Bologna nel mezzo di uno scontro tra operai e Forze dell’Ordine a cavallo, durante un’agitazione socialista dentro cui era finito accidentalmente.

All’interno di questo turbine di eventi spiacevoli, Rubè è in costante ricerca di obiettivi grandiosi e irraggiungibili, sempre seguiti da riflessioni introspettive che lo porteranno ad annullarsi e rendersi, in un certo senso, mai abbastanza per ciò che lo circonda. Le ambizioni impossibili vanificheranno continuamente i tentativi di riuscita “completa” nell’esistenza del protagonista, il quale però ha coscienza di se stesso e consapevolezza di quale crisi lo stia attanagliando. Rubè è infatti un intellettuale che soffre e si autodistrugge con la sua stessa immaginazione. E’ vittima della continua non coincidenza, della mancata occasione di “redimibilità” che tanto necessiterebbe ma che per natura e per propensione non otterrà mai. Si tratta di una grande metafora, come tante, dell’illusione politica di un’intera Isola, sempre mossa da tumulti, passioni e cadute in picchiata nella malinconia.

Il riferimento va certamente a un atteggiamento che rispecchia quello che i pensatori siciliani dall’ultimo ventennio dell’Ottocento portano avanti: la negatività, il disagio per il progresso che gli scrittori isolani hanno trasmesso attraverso la delusione storica verso la classe intellettuale siciliana. Un costante pessimismo verso il cambiamento, quasi sempre contraddistinto da conflitti e corruzione – elementi che non contano poco per la fiducia nelle istituzioni – che a fatica riesce a “scollarsi” dalle prospettive tipicamente meridionali. Scetticismo e rassegnazione, sentimenti ormai secolari della storia isolana, prendono il sopravvento ma non la possono aver vinta.

Daniele Monteleone


 

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