Uno sguardo sull’attuale situazione economica italiana

Secondo i dati del centro studi di Confindustria [1] (CSC) l’economia italiana sta avendo un lento recupero relativamente al PIL ed una crescita al ribasso rispetto al 2015, anno in cui il PIL era aumentato dello 0,8% dopo tre cali annuali consecutivi.

La risalita dell’economia italiana, prevista per il 2016, si è fermata nei mesi primaverili e l’andamento prodotto dalla seconda metà nell’anno è atteso pari a zero. Rispetto a quelle elaborate a giugno, le previsioni di crescita sono al ribasso (+0,7% da +0,8%) a causa dell’andamento del PIL nel secondo trimestre del 2016 (ad aprile, maggio e giugno si è passati da +0,25% a +0,02%). Si può intuire, quindi, un passo incerto e sicuramente inferiore a quello delle altre principali economie europee, rispetto alle quali l’Italia risulta avere il PIL peggiore prima, durante e dopo la crisi economica. Il nostro paese ha avuto scarse capacità di crescita già prima della crisi rispetto alla Germania, alla Francia e alla Spagna. Fino al 2007 la forbice nella crescita fra l’Italia e questi paesi è stata: 1,5% rispetto alla Germania, 4,7% rispetto alla Francia e 15,1% verso la Spagna. Tale gap è andato aumentando dal 2007 in poi, anni in cui l’Italia ha subito una doppia recessione ed il PIL è diminuito del 9,0% fino al 2014 mentre quello di Francia e Germania ha continuato il recupero (iniziato nel 2010), superando i massimi pre-crisi. La crescita italiana secondo le stime del CSC aumenterà solo dello 0,7% quest’anno, con la previsione di un incremento pari solo allo 0,5% per il prossimo anno, tornando ai livelli poco più superiori di quelli del 2000.

Quindi se il PIL già cresceva meno prima della crisi, è crollato durante la grande recessione ed è aumentato solo in piccola parte nella fase di recupero. Questa scarsa performance sembra essere confermata anche nelle previsioni per fine 2016 e per tutto il 2017.

In realtà qualche campanello di allarme sullo stato di salute economica del nostro paese si era verificato: il crollo della produzione industriale a giugno, la frenata dell’export ed il perdurare della deflazione (diminuzione del livello dei prezzi). Questo doveva far capire la fragilità della domanda interna del paese. Se l’andamento di crescita proseguirà in questa direzione, con questi ritmi, per ritornare ai livelli del 2007 bisognerà aspettare, secondo le previsioni, il 2028. Il potenziale di crescita italiano già non molto elevato, ha subito un netto abbassamento causato della crisi e secondo l’FMI è sceso dal 1,2% allo 0,7% causando anche la diminuzione della capacità produttiva. Questo rende ancora più urgente riforme che mirino a ridurre tale differenziale di crescita rispetto agli altri paesi europei. Quali possono essere le soluzioni per ottenere una migliore ed una maggiore crescita? Bisognerebbe lavorare su due fronti: quello della rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno sfruttamento del nostro potenziale e quello legato all’ampliamento di tale potenziale. Fra gli ostacoli da superare, come sostenuto dal rapporto del Centro studi Confindustria, vi sono: la contrazione del credito, che tra l’altro impedisce l’investimento (penalizzato dalla bassa redditività e da evidenti fattori interni al nostro paese quali la burocrazia non efficiente, le norme complesse e poco chiare, la concorrenza frenata ecc..); l’edilizia in stallo; la competitività che è minore rispetto a prima soprattutto a causa dello sganciamento del costo del lavoro dalla produttività. Altro fattore che contribuisce a frenare la crescita è sicuramente quello di carattere più globale che secondo il direttore del centro studi di Confindustria Luca Paolazzi è: “l’aumento dell’incertezza politica” relativa “non solo all’esito del referendum costituzionale italiano ma anche per la fitta agenda di scadenze politiche in numerosi paesi”. Nei prossimi mesi si susseguiranno, infatti, diversi momenti elettorali: il referendum xenofobo in Ungheria, la ripetizione delle presidenziali in Austria, quelle in USA e quelle in Francia, Germania ed Olanda.

Per ampliare il potenziale sarà, invece, necessario un aumento della produttività e dell’occupazione. Entrambi richiedono investimenti sia in capitale fisico sia in capitale umano, specie per quanto riguarda i giovani. In poche parole aumentare il nostro know how. Per questo sono necessarie riforme che in parte già sono state avviate. Il Jobs Act e la temporanea riduzione della contribuzione sociale a carico delle imprese, secondo il Centro studi di Confindustria, hanno contribuito affinché quasi i 4/5 degli oltre 370 mila posti di lavoro aggiuntivi creati dall’inizio 2015 fino a metà del 2016, derivano da contratti a tempo indeterminato. È necessario, sempre secondo il CSC, definire misure a favore degli investimenti che spingano verso una maggiore produttività visto che si stanno anche esaurendo gli effetti favorevoli dei fattori esterni fra i quali la svalutazione dell’euro e il dimezzamento del prezzo del petrolio.

Gli unici aspetti confortanti al momento sembrano essere i conti pubblici che, come sostiene il ministero dell’economia, sono “sotto controllo” e le lievi conseguenze immediate della Brexit. Quest’ultimo punto, però, è da sottoporre ad attenzione perché, secondo il CSC, bisogna considerare gli effetti sull’economia reale nel medio periodo legati all’incertezza dei tempi e dai modi dell’uscita del Regno Unito dall’Europa.

È necessario adoperarsi, quindi, per superare quella che il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan ha definito “new normal”. Un periodo caratterizzato dalla bassa e diseguale crescita economica, dal risparmio precauzionale, dalle scarse aspettative del profitto e quel che è peggio dall’incertezza. Tale incertezza è causata soprattutto dal sistema bancario e finanziario che ha causato il malessere nei mercati afflitti sempre di più dalla cosiddetta sindrome di Woody Allen. Infatti, le banche centrali che, fino a non molto tempo fa, erano state il punto di riferimento dei mercati finanziari, adesso, con le loro politiche monetarie, sono diventate una delle cause principali della loro insicurezza.

Ugo Lombardo

[1] Le principali informazioni per questo articolo sono state prese dal rapporto del centro studi Confindustria, scenari economici, le sfide della politica economica settembre 2016 n. 27 (http://www.confindustria.it/wps/wcm/connect/www.confindustria.it5266/92fa72fb-2518-4dbb-9f18-ae90514fa6b7/SEset16.pdf?MOD=AJPERES&CONVERT_TO=url&CACHEID=92fa72fb-2518-4dbb-9f18-ae90514fa6b7)


 

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