L’argomento migliore è la verità

L’assenza dell’uso della forza tra le parti in lotta all’interno del dibattito è uno dei principi basilari della moderna democrazia. Il conflitto al quale si fa riferimento è del tutto simbolico e privo di ogni violenza materiale, indirizzato all’utilizzo della propria intelligenza e – in ultima istanza – al buon senso di “avere torto”.

In linea teorica, infatti, la violenza è esclusa poichè il contesto in cui ha luogo la discussione è immunizzato da forme di repressione o disuguaglianza. Questo processo dialogico, così semplificato, risulta però poco realistico per rappresentare il modo in cui si svolgono oggi le discussioni. Lo si può comunque considerare un ideale che si basa sulla metafora della forza che viene esercitata dagli argomenti. Lo scambio di ragioni nel quale avvengono mutamenti di opinioni e in cui i partecipanti assumono diverse posizioni in seguito a un convincimento razionale, sarebbe basato su di un ritmo che scandisce la progressiva persuasione degli interlocutori: le argomentazioni.  

Le ragioni di un’argomentazione si riconoscono dal fatto che sono sostenute dagli endoxa, le intuizioni che stanno dietro una credenza o un’opinione, e sono proprio questi che formano la forza di un’idea. Gli endoxa sono opinabili e soggetti a controversia, e allora viene da chiedersi: esistono ragioni universalmente accettabili e non controvertibili che possono rendere un’argomentazione valida e vincente?

Solo le considerazioni imparziali possono avere valenza nel dibattito pubblico. Sta qui la differenza tra argomentare e negoziare: se nel primo caso si mettono in gioco considerazioni imparziali rivolte a tutti coloro che sarebbero coinvolti nel discorso, nel secondo caso è evidente come le affermazioni siano apertamente parziali, a favore proprio o di un particolare gruppo di soggetti. Doverosa è anche la distinzione tra argomentazione e mera persuasione, quella retorica che si esaurisce con l’effetto di convincimento sugli interlocutori. Si delinea così un convincimento persuasivo (quello retorico) e un convincimento razionale (argomentato).

Se definiamo come “buona” la discussione basata su autentiche ragioni, e come “cattiva” la retorica di mera persuasione, le grandi virtù del convincimento argomentato trovano giustificazione. Non è così facile. Al contempo vi è un’ulteriore difficoltà: la problematica del potere discorsivo. Lo scenario democratico è idealmente descritto come una competizione ad armi pari tra partecipanti che vogliono avanzare buoni argomenti ma sappiamo bene che le differenze di doti e disposizioni naturali non sono e non possono essere azzerate. Non ci si trova davvero ad armi pari. L’argomentazione genuina si dovrebbe sviluppare all’interno di uno scambio di ragioni che non è governato dalle credenziali o dalle abilità del retore.

Per riprendere la differenza con la mera persuasione, le parole di Bruno Celano risultano calzanti nel panorama politico contemporaneo: “l’argomentazione genuina procede tramite discorsi brevi che seguono catene complesse di argomenti, mentre l’opera del retore sta nell’elaborare lunghi ragionamenti possibilmente rivolti ad ascoltatori incapaci di seguire complicati discorsi. L’ideale argomentativo è quello contraddistinto da un carattere autentico delle ragioni ma è l’oscillazione tra scambio razionale di opinioni e persuasione che rappresenta la grande difficoltà della teoria.” La Grecia Antica, il luogo dove nacque “la superiorità della decisione tramite discussione” è anche lo stesso da cui è nato il lato strumentale e pericoloso dell’argomentazione.

Un compito al quale non possono sottrarsi gli studiosi – in questo caso i più esperti deliberativisti – è quello di tracciare il limite tra argomentazione genuina e mera persuasione in un contesto che presenta la grande difficoltà dei secoli, la presenza di interlocutori appartenenti a sistemi di credenze diversi e aventi ragioni in conflitto: in una parola, il pluralismo. All’interno di questa cornice, argomentare deve assumere anche un principio di sincerità da parte di chi vuole convincere un altro individuo su una ragione. Questa ragione deve essere non solo giustificabile ma anche già giustificata nel sistema di credenze di colui che argomenta. Diversamente sarebbe riconoscibile come mera persuasione, come “cattiva ragione” volta a convincere senza la “sincerità”. Per intenderci, un prete cristiano che predica la disuguaglianza tra uomini e donne ha una cattivissima ragione.

L’argomentazione migliore allora finisce per essere, viste le diverse forme anche ingannevoli che può assumere, quella del vero; non quella di chi finge di discutere, non quella di chi formula mezze verità, non quella degli ipocriti che si esprimono attraverso l’unico strumento di comunicazione in possesso, la menzogna. La forza del miglior argomento è l’unica alternativa possibile a un mondo che anche se pieno di belle parole sarebbe comunque ignorante.

Daniele Monteleone


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