L’album consigliato: Muse, Drones (2015)

Dopo aver prodotto “The 2nd Law”, e concluso il relativo tour nel 2013, i Muse si riposarono  per un breve periodo ritornando  successivamente in studio nella seconda metà del 2014.

L’ultimo disco aveva visto un deciso orientamento verso l’elettronica. Le tematiche sociali  spiazzavano dalla crisi finanziaria del 2008 all’egoismo umano utilizzando in fase di registrazione numerose tastiere e sintetizzatori. Il disco ottenne grande successo in tutto il mondo ma i fans storici restarono delusi per il cambio musicale. Il trio inglese decise, allora, di recuperare parte del vecchio sound dei primi album di stampo rock e lasciare le tastiere solo per riempire eventuali buchi durante l’incisione del disco. L’8 Giugno 2015 Bellamy,Howard e Wolstenholme pubblicarono il loro settimo CD, “ Drones”. L’album ottenne ampio successo in Europa ed America, accontentando parte dei fans storici  e nuovi. Pur non rappresentando il loro migliore disco (non paragonabile ad “Origin of Simmetry”), esso è senza dubbio il miglior lavoro dai tempi di “Black Holes and Revelations” del 2006. Tornando essenzialmente a basso, batteria e chitarra i Muse incidono numerosi pezzi come se fossero delle jam session in presa diretta. Si riscontra un sound più grezzo e diretto con ottimi riff di chitarra e basso. I sintetizzatori ricoprono un ruolo marginale ma essenziale per “riempire” il suono. Prodotto insieme a Robert Lang (famoso producer degli AC/DC), Drones riporta i Muse alle loro origini musicali. Dal punto di vista dei testi e delle tematiche, il trio prosegue con  l’approfondimento di varie tematiche sociali, come nella loro tradizione. Il titolo dell’album è una chiara accusa al sistema politico  di voler controllare il mondo come se fosse un drone. Il disco è un concept album che tratta il tema della disumanizzazione dell’uomo e la perdita dei sentimenti. Vivendo come robot, le persone percorrono la loro vita quotidiana in maniera apatica, cadendo in una folle routine. Così, il sistema, le istituzioni  e la politica ci controllano, rendendoci “morti dentro”. I Muse inoltre accusano l’utilizzo dei droni militari da guerra, mezzi da combattimento pilotati a distanza ampliamente utilizzati negli ultimi anni dagli USA. L’uomo ormai uccide nella totale freddezza attraverso schermi e pc, come in un videogioco, perdendo il contatto con la realtà. I 12 brani narrano la caduta dell’uomo nell’insensibilità sino al tentativo di liberazione dal sistema. “Dead inside” è il brano d’apertura del disco. Gli esseri umani sono “morti dentro”, non hanno più stimoli per  vivere e si lasciano controllare. Il pezzo, in chiave pop, non è tra i migliori della band, pur avendo un ottima parte vocale di Bellamy ed un outro musicale davvero emozionante. Segue “Drill Sergeant”, che ricorda il sergente Hartman di Full Metal Jacket. Questa breve introduzione sfocia in “Psycho”, dove l’uomo è ormai trasformato in un pazzo psicopatico che diventa una macchina da guerra. Il riff in chitarra risale alle performance live degli ultimi tour, venendo definitivamente inciso in studio e dando al CD una grande fase rock. “Mercy” è il primo sintomo di malessere degli esseri umani. Ricordando le tastiere di “Starlight” (2006), la canzone rappresenta un semplice ballata pop-rock che alleggerisce  il lato A del disco. Ma è con “Reapers” che finalmente i Muse recuperano davvero il loro sound. Accusando l’utilizzo dei droni militari e dei terribili  missili Hellfire, Bellamy riprende il tapping alla chitarra ed esegue  uno splendido assolo, ormai caduto in disuso nella musica pop  odierna. Anche “The Handler” è una delle migliori produzione del disco,con un giro di basso martellante ed una chiusura fantastica. A questo punto del disco l’uomo vuole liberarsi del suo “manipolatore” e comincia a riprendere coscienza di sé. “JFK” è tratto da un discorso di Kennedy dove viene discusso il tema della libertà. “Defector” e “Revolt” rappresentano una breve riflessione sulla volontà di ribellarsi. A livello musicale i due brani abbassano la tensione che si era formata nella prima parte del disco, aprendo un lato B molto più filosofico. In successione ecco “Aftermath”, una delle migliori ballate della discografia dei Muse. L’esito della guerra è sempre tragico, ma nonostante le difficoltà bisogna ricominciare e lottare per un futuro migliore. Questo tema è ripreso in “The Globalsit”,  vera punta di diamante e capolavoro del disco. Il brano, in stile progressive, dura circa 10 minuti. Cominciando con un tempo in bolero, ed influenzato dal sound dei western di Ennio Morricone, la canzone continua con una ballata pop, una fase in stile metal e un ottimo crescendo dal tono apocalittico. Conclusa l’energica jam session, il pezzo finisce con un motivo ispirato dai famosi  “Notturni” di Chopin. La chiusura dell’album è affidata alla title track “Drones”. L’esito del disco non è positivo. Nonostante venga raggiunta la libertà, l’essere umano non è felice. Ciò che domina la sua vita è la tensione nella società, l’egoismo e la guerra. Famiglie sterminate, città distrutte…cosa è rimasto alla fine? Perchè tutto questo odio? Il pezzo è composto  da uno splendido multitracking vocale ispirato da Giovanni Pierluigi da Palestrina (compositore rinascimentale), come se fosse una preghiera finale per i morti. I Muse lasciano un messaggio triste, certo, ma pieno di volontà per migliorare il mondo. Nonostante ciò, lo spettro di un conflitto mondiale è sempre presente. Il successo del CD ha dato ragione al trio inglese creando uno dei migliori album pop-rock dell’ultima decade. Se cercate un album  dal sound diretto, tecnicamente professionale ed accessibile ma con tematiche serie e profonde, “Drones” fa per Voi. Non resterete delusi.

“Our lives between

  Your finger and your thumb

  Can you feel anything?

  Area you dead inside?

  Now you can kill

  From the safety of your home

  With drones

   Amen…”

Valentino Billeci


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