L’oroscopo dell’Unione Europea. Lavoro

Le statistiche più recenti sull’occupazione nell’Unione Europea, risalenti ad appena un anno fa, comprendono un ampio spettro di elementi socioeconomici.

I dati Eurostat dicono “notevoli sono le disparità riscontrate tra i mercati del lavoro dei vari Stati membri dell’UE ” e verrebbe quasi da sorridere se pensiamo che ad Amsterdam era stato aggiunto il “capitolo occupazione”. Fu durante una delle più importanti riunioni al pub dell’ultimo ventennio che i Capi di governo parlarono del primo pilastro della cooperazione rafforzata. I risultati si vedono.

Possiamo riassumere che chi è voluto crescere – termine alla moda nel linguaggio politico più moderato – è cresciuto dello zero-virgola, e chi voleva crescere ma lo zero-virgola non lo poteva sforare è rimasto al palo. Fa riflettere la solitudine della Grecia (e nient’altro da dire). Sembra che, mentre in Oriente il Giappone vedeva crescere gli occupati nella fascia lavorativa – abbastanza grandi da poter lavorare e abbastanza vecchi da poter rimanere a casa – a Occidente gli Stati Uniti vedono crollare i numeri, tutti gli stati che si appoggiano ai confini dell’Ue siano in una piacevole bolla di crescita occupazionale.

In generale negli ultimi dieci anni non è cambiato assolutamente nulla. L’Europa è così ferma che persino il nostro buon Mattarella ha dovuto dire “diamoci una smossa ”. Dopo esserci emozionati al picco massimo di occupazione media percentuale nell’Unione, nel 2008 al 65,7% rimanendo un momento di beata illusione prima della crisi portata dagli States, è possibile che tra le statistiche in uscita in questo Novembre troveremo stati in risalita miracolosa come la Macedonia – sarà anche per il fiorente traffico di droghe leggere che alcune amministrazioni appoggiano anche apertamente – o come la Turchia delle meraviglie e delle promesse europeiste. Dove ci sono nuovi danari c’è nuovo lavoro. Dove i danari rimangono ai vecchi avari la nuova occupazione non avanza.

Assisteremo a uno splendido aumento dei contratti. Quelli a tempo parziale. In italiano fa un effetto quasi scientifico, autorevole, serio. Part-time, sottopagato, sfruttato, prospettiva zero: ora va meglio. Nella maggior parte dei Paesi Membri un terzo degli occupati è part-time e negli ultimi dieci anni questo genere di contratto è stato più frequente fino ad aumentare del 3% (dal 16 al 19) per coloro i quali hanno come occupazione principale un lavoro a tempo parziale. Immaginiamo che questa percentuale sia molto – ma veramente di molto – più alta, considerato il sommerso. In ogni caso una percentuale che sembra di poco conto come il 3%, su centinaia di milioni di cittadini, ha un significato. Ma, comunque, non capiremo mai che siamo veramente tanti e che i numerini in fatto di popolazione hanno grande importanza.

Dopo aver descritto più o meno dettagliatamente alcuni dati e prospettive tiriamo giù il telo da questo bel modellino: l’indagine sulle forze di lavoro definisce occupati le persone di 15 anni e più che, nel campione temporale di riferimento, svolgono almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura o nell’interesse della famiglia. Quando i Capi al pub parlavano di primo pilastro, avevano calcolato anche loro tra gli occupati?

Daniele Monteleone


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