Storia dei referendum in Italia

In Italia il referendum, istituto giuridico per cui è richiesta l’espressione di una decisione al corpo elettorale su una determinata questione, non era previsto dallo Statuto Albertino e fu utilizzato per la prima volta nel 1946, per lo storico referendum istituzionale per la scelta tra Monarchia e Repubblica. Con un’altissima affluenza alle urne vinse “Repubblica” con il 54,3 per cento delle preferenze. Nel 1948 fu inserito l’istituto referendario nella Costituzione italiana con l’articolo 138.

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Altro storico quesito referendario fu quello per il divorzio. Si trattò di un referendum abrogativo  in riferimento alla legge Fortuna-Baslini grazie alla quale era stato introdotto il divorzio. Con grande partecipazione alle urne, il risultato fu del 59,3 per cento per il No e quindi a favore del divorzio. Fu il primo dei numerosi referendum promossi dal Partito Radicale.

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Altro risultato ottenuto in un referendum abrogativo fu la cancellazione di alcune norme della legge 194, che in sostanza stabiliva il reato dell’interruzione di gravidanza fino 1981. Nello stesso referendum erano presenti altri quesiti che riguardavano la Legge Cossiga, l’ergastolo e il porto d’armi, tutti non abrogati, al contrario del parere richiesto sull’aborto.

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Nel 1987 la popolazione italiana si recò alle urne per decidere, tra i diversi quesiti presenti nel referendum abrogativo, sulla localizzazione delle centrali nucleari. Affluenza leggermente superiore alla metà del corpo elettorale ma sufficiente per decretare il no al nucleare in Italia passando per le abrogazioni dei contributi di compensazione alle Regioni con impianti nucleari, della possibilità dell’Enel di finanziare centrali all’estero e dell’intervento statale in caso di rifiuto del comune ad accogliere in un proprio sito un impianto nucleare.

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Da ricordare sono anche i referendum abrogativi – di cui il secondo è un vero e proprio maxi referendum – riguardanti il sistema elettorale e il finanziamento pubblico dei partiti, due volte alle urne in due anni, rispettivamente nel 1991 e nel 1993. Entrambe le volte si è riscontrata una più che discreta affluenza utile, oltre che all’abolizione della pena detentiva per possesso di stupefacenti a uso personale e all’abolizione delle leggi che istituivano i Ministeri dell’Agricoltura e quello del Turismo, all’introduzione del sistema maggioritario uninominale Mattarellum per Camera e Senato. Passati da tangentopoli, siamo giunti all’Italia della Seconda Repubblica.

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Dal 1997 al 2009 una lunga lista di quesiti per i referendum abrogativi rimane insoddisfatta dalla poca affluenza e dal mancato raggiungimento del quorum, necessario a rendere valida l’espressione elettorale. Difficile citarne i più importanti vista la portata delle richieste referendarie, ma significativa è la non riuscita di referendum come quello sull’eliminazione dei rimborsi elettorali del 2000, o il referendum sull’abolizione dei limiti di ricerca per la procreazione assistita del 2005, o ancora, i quesiti del 2009 riguardanti l’assegnazione del premio di maggioranza alla lista più votata piuttosto che alla coalizione di liste. Eccezion fatta per il referendum abrogativo del 2011 che affiancava quesiti sulla gestione privata dell’acqua, sulla produzione di energia nucleare e sul legittimo impedimento miracolosamente riuscito per affluenza, ma di larghissimo consenso – ogni quesito abrogativo raggiunse un numero di preferenze superiore al 90 per cento dei votanti – l’ultimo referendum sulle Trivelle, risalente al 17 Aprile del 2016, è tornato a seguire quella scia di fallimenti referendari che non necessariamente costituisce una povertà del pubblico dibattito, quanto piuttosto una dura verità: è il crescente astensionismo – quello totale al voto e non solo alle elezioni politiche – a fornire sempre di più un utile assist a quanti siano contrari a un determinato referendum abrogativo.  

Per quanto concerne i referendum confermativi, nel 2001 è passata la modifica del Titolo V della Costituzione, mentre nel 2006 è stata respinta la modifica della II Parte della Costituzione che avrebbe accentuato i poteri del premierato oltre alla riduzione dei membri di Camera e Senato.


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