Quando personalizzare il referendum non paga, o potrebbe non pagare: i casi Cameron e Renzi

I referendum spesso e volentieri fungono da snodi cruciali per la stabilità di governi e leader politici. A maggior ragione, se quest’ultimi se ne appropriano a fini di consenso elettorale, o cercano di indirizzarne la decisione ponendo sul tavolo delle opposizioni la propria “testa” politica.

Nell’ultimo anno, si è spesso sentito e letto di personalizzazione del referendum, in senso piuttosto negativo. Per molti una mossa scorretta, un’incoerenza specie se adottata da parte di uomini delle istituzioni. I casi di David Cameron e Matteo Renzi non fanno eccezione, anzi, ne rappresentano i perfetti esempi. Ciascuno ovviamente con le dovute differenze, ma con effetti che potrebbero essere accomunabili, tanto a livello nazionale che internazionale.

“Ma chi me lo ha fatto fare?”, avrà pensato David Cameron il giorno dopo l’esito referendario sulla Brexit dello scorso giugno. Un risultato che ancora oggi, a distanza di qualche mese, tiene in scacco l’intero processo comunitario tra chi chiede il passaggio definitivo del leave, e chi, invece, intende aspettare e procedere a passo lento. Sugli effetti economici e finanziari della Brexit si è prospettato di tutto, dall’estremo positivo all’estremo negativo, anche se i primi dati, già emersi, non sembrano essere benauguranti. Quel che è certo, però, è che il referendum ha posto la parola fine alla carriera politica di David Cameron. E non poteva essere altrimenti, considerato che l’artefice di questo era stato proprio l’ex leader conservatore. Nonostante le smentite pubbliche, chissà quante volte Cameron avrà ripensato a quella promessa lanciata, esclusivamente a fini elettorali, nella sede di Bloomberg in quel lontano gennaio 2013. L’interesse a consolidare la propria posizione all’interno del partito e, ancora più importante, all’interno del paese l’avevano portato ad assecondare una volontà, insita da tempo nella popolazione britannica. L’ex leader conservatore era convinto di poter condurre la partita a proprio piacimento. Una sfida, che nel suo immaginario, avrebbe potuto controllare e sfruttare nel rafforzamento della propria carriera politica: da un lato concedere ai cittadini la possibilità di decidere, “democraticamente”, sulle sorti del proprio paese, e dall’altro, uscirne vincitore, per aver convinto la gente sul Remain. Alla fine, però, la sfida è divenuta una trappola insidiosa, che Cameron, dall’alto del suo poco convincente e, in qualche modo, anacronistico europeismo non è riuscito a vincere. Finendo per pagarne le conseguenze politiche, e lasciando il paese e l’Europa con una patata bollente nelle mani.

Di diversa natura, invece, la sfida che Matteo Renzi si accinge ad affrontare in autunno. Nessuna fuoriuscita, ma un voto sulla riforma costituzionale, il ddl Boschi, che il suo governo è riuscito a partorire dopo un lungo e complesso processo decisionale. Un voto che pesa e peserà sulle sorti del paese, e ancora di più sulla carriera politica di Renzi. “Se vince il No, mi dimetto”, aveva dichiarato tempo fa, il premier italiano. Un messaggio chiaro alla nazione, agli avversari, ma anche ai dissidenti del suo partito, messi di fronte alla possibilità di determinare una crisi istituzionale e politica importante. Una strategia fortemente contestata, dato che, così facendo, il premier ha voluto accentrare sulla propria persona l’esito del referendum, con il rischio di svuotarlo di contenuti. Da un’altra parte, c’è chi, pur giudicandolo un errore, ha ritenuto la mossa del premier “obbligata” per dare uno slancio decisivo nell’approvazione del testo alle Camere. Della serie “a mali estremi, estremi rimedi”. Una personalizzazione che è sembrata non pagare, però. E che i fatti intercorsi nel frattempo hanno spinto Renzi ad abbandonare. I risultati amministrativi dello scorso giugno, e in qualche modo, l’onda di conseguenze emotive, politiche ed economiche, specie in ottica europea, della Brexit, hanno portato il premier italiano a cambiare strategia comunicativa. Partendo da un’ammissione di colpa, “ho sbagliato a personalizzare troppo, questa non è una battaglia di uno” ha avuto modo di dire recentemente, dribblando le domande sul da farsi in caso di sconfitta, e tornando a toccare i punti nevralgici della riforma, su tutti i costi della politica. Renzi sembra aver compreso, anche dalla lezione britannica, che per spuntarla bisogna tornare a parlare della riforma nei contenuti, convincendo la gente della sua quanto mai impellente necessità. Un cambio di passo doveroso, ma forse giunto tardivamente, visti i recenti sondaggi. E lo spettro di far la stessa fine di Cameron è sempre dietro l’angolo.

Mario Montalbano


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