Leader e referendum: da De Gaulle a Mitterrand

De la réponse que fera le pays à ce que je demande, va dépendre évidemment soit la continuation de mon mandat, soit mon départ”.

Con queste parole si esprimeva il generale Charles De Gaulle, presidente della Repubblica francese, qualche settimana prima del referendum che, nell’aprile del 1969, segnò la fine della sua parabola politica. Dopo lo smacco subito nel 1965 con la mancata vittoria al primo turno delle presidenziali, De Gaulle voleva assolutamente ristabilire il nesso indissolubile che lo legava alla nazione. La consultazione riguardava due provvedimenti, entrambi finalizzati ad introdurre il principio della partecipazione nella struttura istituzionale. Il primo concerneva la riforma del Senato, all’interno del quale avrebbero dovuto trovare posto non più politici, ma rappresentanti delle categorie della società civile. Il secondo concerneva invece l’introduzione delle regioni come nuove entità politico-amministrative dello Stato francese. De Gaulle più che al contenuto del referendum era interessato al suo valore simbolico. La scelta di unificare i due problemi investiti in un unico quesito andava proprio nella direzione di “politicizzare” la consultazione. I sondaggi avevano già fatto capire come le riforme sulle quali verteva il referendum fossero parecchio impopolari, soprattutto in provincia. Lo stesso De Gaulle era pienamente consapevole dei rischi dell’esito referendario, ma una caratteristica del suo carisma nazionale, trasmessa al gollismo, era quella di non indietreggiare al cospetto delle difficoltà. Da tempo il Generale andava alla ricerca di un modo per abbandonare il palcoscenico, che fosse adeguato alla grandezza del suo personaggio. Uscire di scena dopo essere stato battuto in un referendum importante, ma non essenziale, gli sembrava meno banale dell’essere costretto a farlo per sopravvenuta incapacità fisica o per il naturale esaurirsi del mandato. In tal modo, avrebbe potuto consacrare la democraticità della sua esperienza e chiarire in maniera inequivocabile la differenza tra plebiscito e referendum, fissando il ruolo centrale che l’espressione della sovranità popolare aveva nella sua concezione della vita istituzionale. Non furono lesinati soldi né altri mezzi per far prevalere il , alla vigilia i due schieramenti erano presentati come equivalenti e la situazione appariva aperta ad ogni esito, ma alla fine prevalse il No (53,17%  contro 46,83 %). 

Quando la mattina del 28 aprile 1969 i francesi si svegliarono, trovarono ad attenderli questo laconico comunicato che De Gaulle, non più in dubbio sul risultato, aveva predisposto nei giorni precedenti, col quale annunciava il suo ritiro dalla vita politica: “Je cesse d’exercer mes fonctions de président de la République. Cette décision prend effet aujourd’hui à midi.” Differenti sono state le interpretazioni circa la rilevanza di questo appuntamento politico, le sue cause e le sue conseguenze. Il referendum sulla partecipazione, oltre ad avere un valore in sé per il contenuto delle riforme ad esso connesse, acquisiva anche un significato istituzionale ed uno simbolico. Attraverso di esso, si intendeva riattivare il rapporto diretto tra Presidente e popolo, che costituiva un tratto permanente della concezione politica di De Gaulle, sminuendo l’importanza della frattura tra destra e sinistra, e riaffermando la subordinazione a sé di ogni altra personalità gollista, a cominciare da quella del primo ministro. Nell’ultima intervista concessa a Malraux, il Generale non mostrò dubbi: il risultato del referendum rappresentava un voto contro di lui. Bocciando la partecipazione, i francesi avevano infatti respinto ciò che essa simboleggiava e soprattutto avevano rescisso quel contratto che da tempo mostrava segni di usura. La sopravvivenza del gollismo al suo fondatore rappresentò invece la definitiva stabilizzazione del sistema. Il Generale non avrebbe voluto che ciò avvenisse nel modo in cui i fatti si svolsero, ma a partire dal momento del suo ritiro finì con l’assecondare gli eventi. Si confermò, così, un grande anche nell’ultimo atto della sua vita pubblica. Perché è solo dei grandi uomini accettare che la storia debba, prima o poi, procedere anche oltre, e contro, le proprie intenzioni.

Ventitré anni dopo “il caso De Gaulle”, un altro referendum scuoteva la Francia e legava il merito della questione referendaria all’esperienza politica di un grande leader. Protagonista di questa vicenda era François Mitterrand, presidente della Repubblica dal 1981, poi riconfermato per il secondo mandato nel 1988. Il quesito della consultazione concerneva stavolta il Trattato di Maastricht, col quale la Comunità europea diventava Unione europea. La Francia fu uno dei Paesi che sottopose la ratifica del testo al voto popolare. Intervistato ad una settimana dal referendum, il presidente Mitterrand faceva il punto sulle maggiori questioni concernenti Maastricht e sui possibili scenari del dopo voto. In merito all’opportunità di indire un referendum per la ratifica del Trattato, Mitterrand difendeva la sua scelta, ritenendola necessaria per rendere il consenso all’Europa un’adesione ragionata e duratura. “Su una questione tanto importante, che impegna il destino internazionale del Paese, dovevo invitare i francesi a pronunciarsi attraverso un referendum dal momento che la nostra Costituzione ne prevede la possibilità. È l’idea che ho del mio dovere”. Consapevole del rischio al quale aveva esposto non soltanto la Francia ma l’intera Europa, Mitterrand era pienamente convinto che attraverso questo cruciale passaggio la costruzione europea avrebbe acquisito una maggiore credibilità ed una più solida base democratica. Sull’eventualità di un voto negativo e sulle conseguenze di tale esito, Mitterrand considerava tale ipotesi “un grave arretramento per la Francia e per l’Europa”. In ogni caso il presidente francese ribadiva la distinzione tra la vicenda di Maastricht ed il suo destino personale. “La mia sorte personale conta poco in questa circostanza e non è del resto in gioco in questa vicenda”.                                                        

Il voto del 20 settembre 1992 finì letteralmente per spaccare in due la Francia: poveri contro ricchi, campagna contro città, cuore del Paese contro regioni periferiche. Mezza Francia (il 48,95%) ha votato contro la ratifica del Trattato di Maastricht, ma soprattutto ha votato contro il presidente Mitterrand. I titoli dei giornali chiedevano la sua uscita di scena. Jean Marie Colombani, su Le Monde titolava “Trappole di una vittoria” evocando le dimissioni del presidente. Mitterrand, dopo aver fatto sapere che la distanza tra il suo fisico e la morte si è accorciata, rivelando il carcinoma alla prostata, valutava come gestire la sua agonia politica. Avrebbe potuto evitare il referendum per la ratifica del testo di Maastricht, ma avrebbe in tal modo rotto un patto non scritto di cui proprio l’inquilino dell’Eliseo era tutore. I francesi infatti vogliono essere legislatori di sé stessi quando si tratta di questioni di importanza vitale. Quindi il presidente non aveva fatto altro che il suo dovere: era suo dovere istituzionale, anche se non imposto dalla Costituzione, mettere in gioco ed a rischio sé stesso nel caso in cui la materia su cui deve legiferare il popolo con il suo o il suo No fosse materia sulla quale il presidente aveva speso la sua autorità. Proprio Mitterrand che, contro la svolta “semipresidenziale” di De Gaulle, aveva etichettato la Costituzione della Quinta Repubblica “un colpo di stato permanente”, in questo caso si aggrappava ai suoi meccanismi e ne difendeva i principi di base. Giocandosi la testa alla roulette del referendum, aveva voluto dimostrare la sua statura di leader politico sul piano nazionale ed internazionale. Sarebbe uscito di scena ma soltanto nel 1995, quando alle elezioni presidenziali, i francesi scelsero Chirac, riportando i gollisti all’Eliseo.

Differenti nelle dinamiche e negli esiti, le due vicende possono comunque essere paragonabili. In entrambe le circostanze possiamo infatti leggere il legame stretto che può crearsi tra referendum e leader politico: in gioco non c’è soltanto questa o quella riforma, bensì la sorte di un governo e l’esperienza di un protagonista dell’agone politico.

Francesco Polizzotto e Marco Morello


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