La strage di Bologna: una folla anonima bersaglio della crudeltà

«Il giorno che il cielo cadde su Bologna piovvero pietre, fiamme e vergogna. Una breccia nel muro e un’altra nel cuore, quando il ricordo è radice custodisce il dolore. Quando il ricordo è radice, il futuro avrà un fiore.» Modena City Ramblers, Il giorno che il cielo cadde su Bologna

Il 2 agosto 1980 Bologna e l’Italia intera vennero investite da un drammatico evento: un’esplosione ha colpito la stazione di Bologna, causando 85 vittime e centinaia di feriti. Quale la causa? Perché? Ad opera di chi? Tante le domande, poche quelle a cui si è potuto dare una risposta certa.

In Italia gli anni che vanno dal 1969 al 1984 furono caratterizzati dalla strategia del terrore che attraverso terrorismo, uccisioni a masse inermi e un generale spontaneismo armato, intese concorrere alla prese del potere e del controllo di tipo autoritario. Creata la minaccia si cerca di instaurare un generale sentimento di paura che si radicalizza nella richiesta di una maggiore protezione da parte dello Stato, libero di agire in modo autoritario.

Fu proprio il 12 dicembre 1969 che una bomba esplose all’interno della banca Nazionale dell’agricoltura a Piazza Fontana: 17 morti e 90 feriti. Questo evento, preceduto dalla strage di Portella della Ginestra, segnerà l’inizio di un quinquennio in cui la politica della tensione metterà a dura prova l’ordine italiano.

2796567-kh1-U10801131117375HqH-1024x576@LaStampa.it_La strage di Bologna è il più grave atto terroristico avvenuto in Italia dal dopoguerra. Erano le ore 10,25 quando un esplosione colpisce la stazione di Bologna. Sin da subito vengono avallate le prime ipotesi: forse una fuga di gas o lo scoppio di una caldaia. In realtà qualche ora più tardi si avrà la certezza  di ciò che ha causato il crollo del lato ovest della stazione: una valigia ripiena di tritolo, lasciata nella sala d’aspetto della seconda classe. Sgomento e incredulità prendono il sopravvento. Gli ospedali sono colmi di feriti; tanti i bolognesi che giungono in aiuto; gli autobus vengono adoperati per il trasporto delle vittime.

Inizia la conta: prima 10, poi 30, 50, 76, infine 85 morti e oltre 200 feriti. Una folla anonima fu il bersaglio della tragedia che insanguinò Bologna.

Cominciano le indagini che presto si spingono negli ambienti del neofascismo, un’area caratterizzata da diverse organizzazioni che avviano una netta rottura rispetto ai vecchi Avanguardia nazionale e Ordine nuovo. La prima che spicca è quella dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), un organizzazione terroristica e fautori dello spontaneismo armato, che già dal 1977 si rendono protagonisti di diversi omicidi.

unita-bolognaIl terrorismo italiano di destra di quegli anni è segnato da una forte cooperazione con le istituzioni, fattore reso evidente dai tantissimi depistaggi messi in atto dai servizi segreti che operano una continua disinformazione al fine di deviare i sospetti che la procura di Bologna aveva ritrovato nei nuclei neofascisti romani e veneti come gli esecutori della strage. Si avverte una sempre più radicata collaborazione tra gruppi terroristici, organizzazioni criminali, logge massoniche (Licio Gelli, maestro della loggia massonica P2, fu condannato per depistaggio) e servizi segreti deviati.

Il culmine di questo depistaggio viene raggiunto nel 1981 quando, in seguito al ritrovamento su di un treno di una valigia contenente esplosivo e passaporti francesi, inizia a farsi strada l’ipotesi del terrorismo internazionale. Il piano dopo qualche mese si rivelerà una montatura organizzata da vertici militari del SISMI (Servizio Informazioni e Sicurezza Militare). Tutte queste metodi di  depistaggio mettono in crisi il reale funzionamento delle istituzioni, innescando nel singolo cittadino una profonda sfiducia.

Nel 1987 il primo processo si chiude con la condanna all’ergastolo per gli esecutori materiali della strage, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, giovani esponenti di spicco dei NAR.

All’epoca della strage avevano appena vent’anni ma questo non li esonera neanche dalla sentenza della Corte Suprema di Cassazione che nel 1995 li condanna all’ergastolo in via definitiva come esecutori della strage del 2 agosto 1980. Nel 2007 venne condannato a trenta anni di reclusione un altro componente dei NAR, Luigi Cianardini. Tutti e tre si sono sempre proclamati, affermando invece la loro responsabilità per gli omicidi da loro commessi. Altre condanne vennero comminate per depistaggio nei confronti di Licio Gelli, Francesco Pazienza, Pietro Musomeci, Giuseppe Belmonte, Massimo Carminati, Federigo Benincasa e Ivano Bongiovanni.

Mentre per il terrorismo di sinistra si è arrivato a sentenze di colpevolezza definitive, accertandone  fatti e modalità, per le stragi di piazza Fontana e della stazione di Bologna non ci sono state dichiarazioni ufficiali. La storia ci mostra come, a seguito di un atto terroristico, esso viene da subito rivendicato da una qualche entità che ne rivela così anche le ragioni. Nel caso della strage della stazione invece, mandanti e moventi sono rimasti all’oscuro. Allora viene da pensare che forse era intenzione dell’ideatore restare nelle tenebre, lasciando scaturire solo le implicite conseguenze che un atto del genere si porta dietro: destabilizzazione dell’ordine e instaurazione di un clima di paura e di sfiducia.

Certo è che se, come unici colpevoli di una strage così grave, si sono individuati solo gli esecutori materiali e i depistatori, lasciando i mandanti impuniti e i moventi all’oscuro da verità certe, è evidente che giustizia non è stata fatta. Il segreto di Stato cela verità essenziali a questo fine, ma i parenti delle vittime, i bolognesi e gli italiani tutti, per le future generazioni e per evitare che questo possa ripetersi, necessitano di sapere.

 Un paese che rinuncia alla speranza di avere giustizia ha rinunciato non soltanto alle proprie leggi ma alla sua storia stessa, per questo severamente ma soprattutto ostinatamente aspettiamo. (Torquato Secci. Bologna, 2 agosto 1981)

Martina Costa


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