Il film consigliato: Beasts of no nation (2015)

Protagonista di una storia spaccata in due, tra idillio e terrore, Agu (interpretato dall’esordiente Abraham Attah) è il piccolo di casa in un paese africano dilaniato da tensioni intestine.

Il ragazzino trascorre la sua vita “normale”, tranquilla e pacifica con la sua famiglia e i suoi coetanei, felice in un contesto color del rame, di baracche arrugginite, del terriccio e di miseria. Con gli altri bambini passa le giornate a cercare vecchi elettrodomestici abbandonati, facendo scherzi con gli stessi – una televisione rotta senza schermo usata come una scatola teatrale, gioco che riporta a quel concetto di “creatività con poco” – e poi provare a rivenderli alla gente del paese; o a stuzzicare suo fratello maggiore. Una vita su cui non viene evidenziato alcun peso esistenziale, o alcuna condizione negativa dovuta alla povertà: è solo la felicità di un bambino, mentre gli adulti tengono ansiosamente l’orecchio alla radiolina.

La pace si interrompe bruscamente con l’arrivo della guerra civile nazionale, che obbligherà gran parte della popolazione a migrare – pagando dei tassisti improvvisati su dei mezzi che ricordano vagamente i barconi che attraversano il Mediterraneo – o a combattere. Due alternative senza una terza via di fuga. Riuscirà a partire solo la madre, mentre costretto a restare per mancanza di spazio, il piccolo Agu dovrà affrontare una strada tutta in salita. Una strada via dai suoi cari e da tutto ciò che aveva, per essere reclutato presso il Commandant (Idris Elba).

Dall’esperienza cinematografica concentratasi negli anni Settanta e Ottanta in Vietnam, la pellicola non manca di citare i tratti più crudi della guerra, quelli dove viene meno la vita, la libertà, e si “baratta” la famiglia e l’amore con armi e cibo a volontà. Al servizio del Comandante, un uomo grande e grosso, un padre che educa Agu alla morte, al “culto” dell’arma da fuoco, la pellicola si evolve nel trionfo del panico oltre che della morte e, paradossalmente, assume i tratti della vita vera. Cary Fukunaga si innamorò del romanzo da cui è tratta la sua opera cinematografica, appunto Beasts of no nation di Uzodinma Iweala, scrittore statunitense di origine nigeriana. Ambientata in un luogo non identificato nell’Africa occidentale, comunica invece benissimo la realtà di territori ben precisi che vivono la guerra civile attualmente, nel mondo.

Il ritratto – per gli appassionati, riporterà a Full Metal Jacket – mostra abbastanza fedelmente gli orrori e il delirio psichico in una guerra senza leggi (e quale ne ha?), nonostante la giovane età del regista statunitense, il quale ha deciso di filmare gli ambienti e i bambini africani senza cadere in antropologismi. Alla piccola fetta di pubblico che ha visto o vedrà il suo film – inoltre di difficile produzione e dai minimi incassi – è dimostrato tutto il disordine emotivo, carnale e psicologico che in guerra si dispiega in un legame perverso tra violenza e desiderio.

I bambini educati dal padre Commandant, sono completamente soggiogati dalla realtà distorta che gli viene impartita – o imposta – e che sfrutta in qualche modo la disperazione e la debolezza. Per il grande capo che agli occhi dei ragazzini rappresenta la realtà del mondo in cui vivono – quella evidente e unicamente accettabile – i ragazzi sono solo animali che devono ubbidire agli ordini. Sempre i bambini, immersi negli enormi spazi verdi della giungla, con i loro esili corpicini, evitano i colpi dei proiettili. Da segnalare è l’attenzione per i dettagli senza scadere in alcun inutile sadismo.

Richiamando un avanzamento quasi “da documentario”, il film racconta più storie – nonostante l’idea principale sia quella di ruotare intorno al protagonista, affiancato dalla figura del Commandant – riguardo una tematica molto delicata rendendo evidente soprattutto il drastico cambiamento caratteriale di Agu, passando dal felice bambino dell’esordio, poi divenuto ormai uomo, e infine soldato (“Io ho fatto la guerra. Sono vecchio”). Un film riuscito, soprattutto per il coraggio di affrontare la realtà del terzo mondo dominato da una crudeltà ancora ardente nei luoghi – o quelli vicini – delle riprese. Il regista ha saputo mettere in scena le atmosfere giuste per trasmettere l’angoscia, la freddezza, ma anche la poetica di un’infanzia distrutta e di un’innocenza strappata via.

Daniele Monteleone


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