Sud-Sudan: la lunga marcia verso la pace

La nazione più giovane al mondo torna a far parlare di sé a causa di una nuova serie di scontri che ha posto fine al periodo di tregua iniziato poco meno di un anno fa.

Nonostante l’indipendenza dal Sudan ottenuta nel 2011, il paese ha vissuto per svariati anni in uno stato di tensione a causa di scontri civili e militari interni che hanno visto alternarsi non solo due figure istituzionali Salva Kiir e Riek Machar, rispettivamente Presidente e Vice-presidente del Sud-Sudan, ma anche due etnie dominanti: i Dinka capeggiati dal Presidente e i Nuer guidati dal Vice-presidente.

Tra Kiir e Machar non è mai esistito un rapporto pacifico; entrambe le parti tentano da tempo di esercitare un controllo esclusivo sul territorio, sia dal punto di vista politico e sociale, essendo rappresentanti di etnie in contrapposizione fra loro, ma anche dal punto di vista economico. E’ noto infatti che il Sud Sudan è un paese ricco di giacimenti petroliferi che tuttavia non sono omogeneamente sparsi sul territorio ma concentrati in alcune aree del paese divenute oggetto di contesa.

Questa condizione ha portato al verificarsi di tutta una serie di tentativi di prevaricazione. Fra i più importanti l’accusa mossa dal presidente Kiir nei confronti di Machar di essere l’artefice di un ipotetico golpe militar contro di lui. All’accusa è seguita l’espulsione del vice-presidente e la piena presa di potere di Kiir che, tuttavia, ha continuato a governare con non poco intralcio: le truppe fedeli a Machar hanno infatti continuato a portare avanti la loro causa con determinazione, nonostante l’assenza del loro leader rimasto all’estero per lungo tempo.

Ciononostante, nell’estate del 2015 la situazione si evolve: in questo periodo si assiste infatti all’inizio di una nuova fase di collaborazione fra le parti, intente a realizzare un nuovo governo di transizione basato sui principi di pace e stabilità.

Tale fase ha condotto nell’aprile del 2016  all’Accordo di Addis Ababa.

Quest’ultimo non ha avuto però gli effetti desiderati: la tregua è stata infatti interrotta dall’inizio di una nuova serie di scontri , il primo nella zona del palazzo presidenziale e il secondo presso i quartieri di Gudele e Jebel (nelle vicinanze dei campi allestiti da UNMISS per i civili che sfuggono ogni giono alla guerra).

Ad organizzare gli attacchi è stato proprio il Presidente Kiir, che già ad aprile aveva mostrato varie riserve per questa nuova fase di collaborazioni ma che alla fine aveva firmato, anche grazie alle pressioni esercitate dalla comunità internazionale che minacciava di applicare dure sanzioni nel caso i conflitti fossero continuati. A tal proposito il portavoce di Machar, colonnello William Gatjiath ha dichiarato che Kiir non è serio sull’accordo.

Ciò che ne segue, è una serie di scontri cruenti avvenuti fra le forze militari rivali che hanno portato alla morte di più di 270 persone tra cui 33 civili.

In questo contesto l’Onu non tarda a mostrare la sua indignazione e determinazione, costituendo una commissione d’inchiesta per indagare sugli episodi avvenuti e applicare misure opportune. L’ organo ha sempre messo in evidenza la sua volontà di aiutare le parti ad instaurare una pace duratura; tuttavia i consigli, le pressioni ma anche le Risoluzioni redatte, non hanno portato al risultato auspicato con la conseguenza che il paese si ritrova in una nuova situazione di conflitto ed instabilità.

Di fatto, gli eventi verificatisi dimostrano che ci sono ancora tanti punti critici da trattare e altrettante questioni da risolvere. E’ necessario dunque che le parti si impegnino per trovare una reale ma soprattutto possibile soluzione all’instabilità del paese.

Nel frattempo la sofferenza della popolazione aumenta, con migliaia di civili torturati, bambini costretti ad arruolarsi e donne violentate e barbaramente uccise.

Rita Blandino


 

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